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23 novembre 2012 5 23 /11 /novembre /2012 08:37

ale-the-boy.JPG

 

(Super)boy in the dress

La nostra nuova recensione su Genitori Crescono “Campione in gonnella” – titolo originale “The boy in the dress” è un piccolo gioiello utile a sottolineare come la vera ricchezza umana non si risolve nel conformismo dei comportamenti, ma nella differenza. Parla di amicizia pura, quella che oltrepassa tutti gli stereotipi sociali, parla di amore in tutte le sue forme, a partire da quello filiale, è una fiaba moderna sicuramente utile a smantellare l’arcaica convinzione che le persone si giudichino da ciò che fanno, e non per ciò che sono.

“La Staccata: era già da un po’ che mi ponevo una domanda: come mai un bambino innamorato della musica smette improvvisamente di ballare addirittura nell’intimità delle mura domestiche? Superboy, fino all’età di circa quattro anni, si distingueva nettamente durante i musical delle recite scolastiche: una roba davvero strabiliante, signora mia! Tutti i suoi compagni piroettavano a sinistra? Beh, lui girava a destra con la lucidità di un frullatore impazzito..."

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9 novembre 2012 5 09 /11 /novembre /2012 09:42
coccodrilli.jpg
Vi segnalo la nostra nuova recensione appena pubblicata su Genitori Crescono. E’ stato difficile raccontare questo libro, spero di averlo fatto in modo adeguato.
“Quella che state per leggere è in assoluto la recensione più difficile che abbia mai scritto per questa rubrica. Il mio timore era quello di scadere nella retorica e di riportare frasi fatte quali: “Esiste al mondo gente molto più sfortunata di noi”. Questo lo sa chiunque, persino un bimbo. Il mio dubbio oscillava fra l’opportunità di rendere o meno partecipe Superboy di realtà lontane anni luce dalla sua…”  
Continua a leggere qui.
Preciso che la nostra recensione scaturisce da una riduzione del testo ad hoc per i bambini, la versione originale è inadatta a loro. Linko anche una splendida intervista di Fabio Fazio a Enaiat. 



 
 

 
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5 novembre 2012 1 05 /11 /novembre /2012 18:08

arcobaleno.png


Nel corso della mia scellerata vita è capitato che qualcuno mi dicesse che sono un soggetto difficile da decriptare, una tipa che non si capisce bene se c’è oppure se ci fa. Questo perché sarei  troppo modesta o, peggio ancora, sarei una falsa modesta. Partendo dal presupposto che la modestia è una dote che si acquisisce per diritto di nascita o, forse nel mio caso, è un qualcosa che la famiglia riesce a inculcarti, volente o nolente, difficilmente è possibile costruirla a tavolino né, tantomeno, ostentarla per un rendiconto personale. Quindi rispondo a tutti quelli che dovessero avere questo dubbio che no, non “ci faccio” affatto. Il discorso è un attimo più complesso.

Nella mia famiglia d’origine essere consapevole dei propri meriti era IL MALE ASSOLUTO. Quindi: testa bassa, non azzardarti mai, neppure per errore, a dire che sai fare bene qualcosa. Aspetta che siano gli altri a dirtelo. Come concetto non lo considero sbagliato, tant’è che cerco di trasmetterlo a mio figlio, un tipino che di deficienze ne accusa diverse, come tutti noi, ma non è davvero carente di autostima.

Quello che trovo concettualmente errato è la convinzione che un genitore non debba mai elogiare il proprio figlio e, se proprio deve farlo, mai in toni troppo entusiastici. Questo, perlomeno, era ciò che avveniva in casa mia. E la faccenda non è che mi regalasse poderose iniezioni di autostima.

Un piccolo esempio? Mio padre. Se gli portavo a casa un bell’ otto su un compito in classe, la sua risposta standard era: “Non potevi prendere nove?”

Se gli portavo un nove, replicava: “Ma non potevi prendere dieci?”

E se finalmente esibivo il mio bel dieci, era capace di dirmi: “Brava, capocciò. Hai fatto il tuo dovere, ma non potevi prendere undici?”

“Papà, l’undici non esiste.”

“Dettagli…”

Poi, magari, ascoltando una conversazione di straforo, sentivo i miei vantarsi (ma sempre in modo discreto  eh! Perché non bisogna mai e poi mai elogiare i propri figli, pena l’autocombustione spontanea) di quanto fossi diligente a scuola oppure brillante, originale, disinvolta ed estroversa nei rapporti interpersonali. Allora perché non me lo dicevano quasi mai? Per ottemperare alla preistorica regola de “i figli si baciano solo mentre dormono?”. Ora non voglio dipingerveli come due genitori insensibili e incapaci di donare affetto, perché a modo loro sono riusciti comunque a dispensarmene un bel po’. Magari dispersa fra le righe, magari non sempre quando e come avrei voluto, magari tramite messaggi in codice, magari mascherata da scappellotto, però la tenerezza non mi è mancata.  

Probabilmente quella troppo esigente ero io, che continuavo a spingermi oltre i miei limiti pur di compiacerli, ma senza per questo ottenere mai un entusiastico: “Brava! Sono davvero orgoglioso/a di te!”. Io ero moderatamente consapevole delle mie qualità però anche assetata di conferme, come qualsiasi neonato/bambino/adolescente e anche, perché no, adulto che si rispetti. L’autostima si alimenta dei giudizi positivi degli altri, mi duole ammetterlo però è (quasi) sempre così.

No, a parere dei miei, io dovevo essere modesta di default, ringraziare educatamente il latore del complimento e poi schernirmi. Sempre. Perché quell’apprezzamento me lo meritavo, ma non era davvero il caso compiacersene. Nella vita bisogna essere sempre modesti. Sempre.  

Non si accorgevano, però, che io la mia bella porzione di modestia ce l’avevo già fin dalla nascita, non era affatto necessario rinforzare la dose. Non era necessario a chi mi rivolgeva quel complimento (perché alla fine, davvero, si chiedeva: ma questa c’è, oppure ce fa?”) e soprattutto non era necessario alla mia autostima, che aveva già subito diversi tentativi di omicidio da quella parte di me che mi portava a imbarazzarmi violentemente quando qualcuno mi riconosceva un merito.

La modestia ha ucciso per un lungo periodo la mia autostima; non dico totalmente, ma per un ricco 50% sì. Per il resto, ci hanno pensato i miei genitori a darle il colpo di grazia. Ma poi, visto che invecchiando o si matura o si rincretinisce, ho imparato a dosare meglio la mia umiltà, a rivalutare un po’ la mia autostima e a mixare tutto in dosi grossomodo equilibrate. Ecco perché oggi la mia autostima e la modestia vanno più o meno serenamente a braccetto. Diciamo che ho la tendenza a dimenticare ciò che mi riesce meglio. Non lo faccio apposta, spesso me lo dimentico e basta.

Il risultato è che gioisco per qualsiasi commento/recensione/riflessione positiva su ciò che partorisco e ringrazio con sincero stupore chiunque mi faccia un complimento anche se so (ed eccola qual è la novità rispetto a quando ero una bambina sempre in cerca di conferme ) che me lo merito. Lo so in un modo che qualcuno giudicherebbe “sottotono” oppure “falsamente modesto”, ma francamente me ne frego, e pure parecchio. Io sono così. La mia tendenza istintiva (o indotta dai miei genitori, questo non posso saperlo perché mica faccio la psicologa) a schernirmi o sottovalutarmi non spegne i miei desideri, casomai li alimenta. Non mi rende falsa, ma poco incline all’autocelebrazione.  

Il punto è che ciascuno di noi sa fare bene delle cose naturalmente, senza averle in qualche modo conquistate. Saper disegnare, ad esempio, o riuscire a strappare un sorriso. Saper costruire frasi di senso più o meno compiuto, per dirne un’altra, oppure piantare alla meglio e peggio un rametto e, dopo qualche giorno, al suo posto ritrovare un rigoglioso baobab. Queste sono tutte cose che in qualche modo ho sempre saputo fare, le respiro dalla nascita. Ecco perché mi dimentico di possedere certe qualità, ed ecco perché mi stupisco quando qualcuno mi fa notare che alcune cose mi riescono bene.

La differenza fra uno che soffre di un eccesso di autostima e uno che invece possiede semplicemente autostima è proprio questa: il primo non dimentica mai i suoi meriti e non perde occasione per ricordarli anche a te, il secondo li respira naturalmente. Ci convive così come farebbe con il colore dei suoi capelli o dei suoi occhi. Se poi, putacaso, quegli occhi sono di un rarissimo colore viola e i capelli rosso tiziano naturalmente mesciato con tutte le sfumature delle castagne mature per carità, ben venga! Ma non è che il possessore di tali meraviglie può fracassare perennemente l’anima al prossimo con lo sfoggio delle sue beltà. Non serve. Gli altri se ne accorgono comunque, a patto di possedere un apparato visivo. Quella non è autostima; è rompere i coglioni all'umanità. Il che, a occhio e croce, non è mai cosa buona e giusta.  

Chiamatela modestia, o umiltà, o come meglio vi aggrada. Fate vobis. Il fatto è che ridimensionare le mie abilità nella misura che io reputo giusta (ognuno ha la sua, ovviamente, poi errori nei dosaggi li commettono persino i medici con i farmaci salvavita, figuriamoci se non posso farne io) non mi tarpa le ali, piuttosto le affina facendomi volare più in alto. La modestia non è invischiata di ipocrisia, ma di assennato realismo. Insaporisce tutto ciò che faccio e mi fa sognare decisamente più della vanagloria.

Essere umili non significa non coltivare aspirazioni o progetti, equivale semplicemente all’essere grati con tutto il cuore a chiunque ti dica che sai fare qualcosa di utile, buono, intelligente e stupirsene sempre, anche se quel complimento è già la milionesima volta che te lo fanno. Quando qualcuno mi riconosce un merito per me è sempre una gioia che mi sorprende in modo positivo e pulito. Poi ( molto poi ) mi “ricordo” che magari quella cosa la so fare sul serio, altrimenti nessuno direbbe che mi riesce bene. O no?

Magari è semplicistica come analisi, ma è questo il mio rapporto con l’autostima. Forse qualcuno continuerà a pensare che “ci faccio” visto che ho arditamente dichiarato di essere modesta, il che nell’immaginario collettivo corrisponde a non esserlo affatto. Pazienza, correrò il rischio; soprattutto negli ultimi tempi ne ho affrontati diversi e decisamente più pericolosi di questo.

Questo post partecipa al blogstorming autostima

PS: La mia esperienza di autostima come mamma? Completamente stroncata dal fastidioso contorno di parenti/amici/vicini di casa/semplici curiosi perché non riuscivo a gestire bene un figlio piuttosto “complicato”, ma queste simpatiche canaglie sono riuscite ad annientarmi per un periodo di tempo tutto sommato breve. Pian piano mi sono resa conto che del loro giudizio potevo anche allegramente fregarmene e che, come diceva Donald Woods Winnicott (pace all’anima sua) potevo accontentarmi di essere “una mamma sufficientemente buona” e sarei vissuta per sempre felice e contenta. Così faccio, più o meno. Qualche comprensibile ricaduta ce l’ho, perché non esiste al mondo condizione capace di minare l’autostima più dell’essere genitore.  

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24 ottobre 2012 3 24 /10 /ottobre /2012 00:03

luana ale ristorante

Educare:
Etimologicamente il termine deriva dal verbo latino educĕre (cioè «trarre fuori, "tirar fuori" o "tirar fuori ciò che sta dentro"), derivante dall'unione di ē- (“da, fuori da”) e dūcĕre ("condurre"). La parola educazione è spesso ritenuta complementare di insegnamento o istruzione anche se quest'ultima voce tende ad indicare metodologie più spiccatamente "trasmissive" dei saperi. Così dice Wikipedia.

Il verbo “educare” è applicabile anche all’alimentazione? Direi di sì. Affermo senza ombra di dubbio che mia madre abbia tentato di educarmi anche in questo senso. Mi nutriva con cibo sano e difficilmente mi allungava una merendina pur di farmi mangiare qualcosa, perché di mangiare io proprio non volevo saperne. Non ha mai soffocato il cibo con ettolitri di sugna, né era fissata con la regola del: su, ripulisci tutto tutto tutto il piatto! No, lei tentava semplicemente di farmi sopravvivere. C’è stato un periodo in cui io e mia sorella sembravamo due biafrane. Perché anche lei ha dato filo da torcere a mia madre, le rogne non vengono mai da sole in una famiglia che si rispetti. Eppure, nonostante tutti i suoi sforzi, io sono stata una bambina, una ragazza e quindi una donna piuttosto diseducata in materia di cibo.

“Ma daaaaaai, mi prendi in giro? A vederti adesso non si direbbe!”
“Sì, vabbe’, non è possibile. Alla tua età puoi ancora permetterti il bikini e hai pure fatto un figlio!” (ho fatto un figlio, d’accordo, ma non mi ha investito uno schiacciasassi).

“Obeeeeeesa? Su, non esagerare. Magari eri un po’ sovrappeso, ma obesa no. Che dici?”

Ecco le risposte standard che ottengo quando racconto del tempo in cui mi trascinavo dietro venticinque chili di troppo, esattamente dai miei quindici ai miei vent’anni di vita. Sì, io la mia adolescenza me la sono sparata tutta da cicciona e anche i meno perspicaci intuiranno che non è stato esattamente il periodo più giocondo della mia esistenza. E’ allora che ho imparato a essere auto ironica. Il ragionamento era rozzo ma efficace: se ero io la prima a massacrarmi, gli altri non trovavano spazio per buttarmi addosso dosi aggiuntive di dolore.

A vedermi oggi è difficile immaginarmi infagottata in una taglia 50, eppure vi assicuro che ne riempivo ogni interstizio. Intendiamoci: non che ora sia filiforme; la taglia 40 potevo permettermela soltanto a 14 anni, la 42 l’ho indossata agevolmente fino ai 33 anni. Poi sono rimasta incinta. Ora calzo una dignitosa 44, con qualche rara ricaduta verso la 42. Di tanto in tanto mi capita di buttar giù 2/3 chili. Mi capita, sì, ma me ne pento un attimo dopo.
Ho raggiunto il giusto equilibro soltanto dopo anni di duro lavoro su me stessa. Mi sono in qualche modo auto educata a mangiare; ho imparato a non vedere più il cibo come l’unico riempitivo per i vuoti dell’anima, ho capito che per essere “visibile” non occorre invadere il mondo con la propria fisicità o, al contrario, tentare di scomparire in un corpo preadolescenziale. Ci vuole ben altro. Non è stato semplice, ma ce l’ho fatta. Come? Posso semplicemente dirvi che a certo punto il cervello di chi soffre di disturbi alimentari può resettarsi. Basta un evento, anche non particolarmente significante; funziona sicuramente un innamoramento, in certi casi. La mia occasione per scrollarmi di dosso tutto quel peso superfluo ve la spiego più avanti.

La mia storia non è particolarmente originale. Accomuna tante persone. Donne, in particolar modo. Tranne rarissime eccezioni, l’autolesionismo è femmina. Non mi addentro troppo nei particolari, perché sviscerare le motivazioni dei miei problemi con il cibo rischierebbe di farmi andare fuori tema. Mi limito a ipotizzare che la mia trasformazione da bambina semi anoressica ad adolescente obesa sia dovuta al fatto che ero spaventata a morte dal mio corpo. Sono cresciuta troppo in fretta: a tredici anni ero ancora molto magra, però ero alta (per la mia età, s’intende. Oggi sono ancora alta come una bambina di tredici anni, per dire), sfoggiavo già un bel paio di tette e fianchi torniti da donna. Gli uomini mi guardavano in un modo che mi infastidiva. Gli uomini, già, non i ragazzini come me. Quelli giocavano ancora a “ce l’ho – ce l’ho – me manca- ce l’ho” con le figurine e a chi pisciava più lontano, com’era giusto che fosse.
Oltre ad essere una ex obesa, sono pure una ex timida. Io la cartella non la indossavo mai sulle spalle; la stringevo fra le braccia per nascondere il seno. Avrei voluto scomparire, eppure il mio corpo continuava a conquistare spazi troppo adulti e maliziosi per me, che mentalmente ero ancora una bimba. Così, un bel giorno devo aver pensato bene che massacrare il mio bel corpicino con manciate di chili superflui mi avrebbe tenuto al riparo da quelli sguardi imbarazzanti. Cavolo se ha funzionato!

Ho iniziato a mangiare in modo sconsiderato, persino di notte. Soprattutto di notte. Assumevo anche lassativi, per cercare di tamponare lo scempio alimentare. Digiunavo per poi recuperare giorni di astinenza in poche, convulse e farneticanti ore. Vomitare a comando no, non ci sono mai riuscita. Io svengo mentre do di stomaco, mi fa troppo ribrezzo, riesco a malapena a tollerare il vomito di mio figlio, ma giusto perché lo amo follemente. Mio figlio, non il vomito. Ringrazio il cielo che durante la gravidanza non ho sofferto quasi mai di nausea, altrimenti non sarei sopravvissuta a me stessa.
Ne sono uscita fuori quando quella che allora era la mia migliore amica mi ha chiesto se volevo farle da testimone alle nozze. Ho visualizzato la sua bella figurina da Barbie Sposa accanto alla mia, che avevo un anno meno di lei, ma a causa della mia mole sembravo sua madre. Ho perso 11 kg in meno di due mesi, sotto stretto controllo medico, senza assumere alcuna porcheria per accelerare il processo. Ho impiegato quasi due anni per rimettermi in sesto fra dieta dimagrante, ginnastica e mantenimento. Questo accadeva nel lontano 1990. Da allora sono ingrassata 10 kg soltanto per mettere al mondo un figlio, altri motivi validi non ne ho trovati.

Come mi sono educata a mangiare? Semplicemente considerando il cibo nella giusta prospettiva: un modo per appagare i sensi, uno strumento per far star bene il mio corpo, un’ottima occasione per trascorrere una serata godereccia fra amici anche esagerando un po’, di tanto in tanto. Di tanto in tanto non significa “sempre”. E questo che fa la differenza.
Ora quando si tratta di mangiare mi comporto un po’ come quando spiego a mio figlio che esistono regole che non vanno mai infrante e norme che, invece, qualche volta possono andarsene tranquillamente a morire ammazzate. Fra queste regole derogabili rientra anche il cibo. Quindi: tesoro di mamma, il cibo che ti fa stare meglio è quello sano, ma se di tanto in tanto bevi una coca cola o mangi un hot dog non brucerai all’inferno. Perciò: mangia le verdure (e qui è facilissimo, perché Superboy adora la roba verde e questo non gliel’ho certamente insegnato io. Mi ha detto semplicemente culo), il pesce (idem), la carne ai ferri e non pasticciata con tonnellate di ketchup, fai merenda con una fetta di pane e olio o un panino al prosciutto. Ma se una volta ogni tanto in quel pane ci schiaffiamo un bel po’ di cioccolata non crolla mica il mondo; la cioccolata lo colora di buono, altro che fallo crollare.

Per chiarirgli il concetto, di tanto in tanto ci concediamo la “serata delle schifezze”. E’ una roba in tema fantozziano, stile “frittatona e rutto libero”. Di solito la organizziamo durante il week end. Lo scopo è quello di trasgredire con assoluta spensieratezza davanti alla TV. Ci guardiamo un bel cartone/film/documentario o quello che cavolo ci pare smangiucchiando porcherie. Il giorno dopo magari ci spariamo un’oretta di bici all’aria aperta ed è pace fatta con la coscienza, ma non è un’opzione obbligatoria.
Mio figlio non è un mangione, non lo è mai stato. Provo da secoli a fargli assaggiare tutto, ma il cibo sembra interessargli poco o niente. Nonostante ciò, mangia piuttosto sano. Quindi in qualche modo credo di essere riuscita ad “educarlo”, un po’ come fece mia madre con me. Sa cosa gli fa bene e cosa invece è meglio evitare. Evitare, non eliminare senza pietà. Lo sa perché glielo spieghiamo io e suo padre, lo sa perché lo studia a scuola, lo sa così come sa che una porcheria di tanto in tanto potrà anche non fargli benissimo al fegato, ma sicuramente gli fa bene all’anima.

Il segreto per raggiungere il giusto rapporto con il cibo è saper cedere alle trasgressioni in modo consapevole e maturo. Questo me l’hanno insegnato quando ero a dieta: nessun regime alimentare restrittivo può funzionare se di tanto in tanto non ci si concede qualche gratificazione. Auto flagellarsi per uno sgarro rischia di mettere a repentaglio gli sforzi di mesi; convivere serenamente con le proprie debolezze e godersele con dannata leggerezza, persino, aiuta a rimettersi a regime con più slancio. Funziona un po’ come per i carcerati: se non concedi loro l’ora d’aria, la prigionia diventa insopportabile e allora tentano di evadere ogni due per tre.
Se è vero che “educare”significa anche “tirar fuori ciò che sta dentro”, compresa la voglia di trasgredire, di lasciarsi andare, di non voler a tutti i costi essere maniaci del controllo della propria vita, allora io sono guarita dalla mia maleducazione alimentare. L’ho fatto grazie a molte, difficili, mosse ma ci sono riuscita.

Spalmare di Nutella le gallette di riso integrali potrà sembrarvi un’incongruenza, invece è equilibrio. Basta non farlo tutti i santi giorni. Se no è prendersi per i fondelli, il che è un concetto lievemente diverso.

Questo post partecipa al blogstorming Educare a mangiare

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19 ottobre 2012 5 19 /10 /ottobre /2012 09:15

ridarelli.jpg

Il trattamento Ridarelli, la nostra nuova recensione su Genitori Crescono:

"La comicità è un concetto assolutamente soggettivo, questo è pacifico, ma io temo di essere un caso quasi patologico: rido molto, molto difficilmente, anche se adoro piegare le labbra all’insù. Ok, è ufficiale: La Staccata è affetta da bipolarismo… Genitori Crescono, ma cosa aspettate a bannarla dalla rubrica? Questo, immagino, sarà il pensiero comune di quanti ora stiano scorrendo queste righe… No, non sono bipolare, solo lievemente contorta. Io rido, certamente, ma detesto tutti gli elementi che in genere fanno spanciare la maggior parte delle persone che frequento…"

      

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6 giugno 2012 3 06 /06 /giugno /2012 16:17

DSC_0088.jpg

Quando ho spiegato a Superboy che avrei curato (anzi: che avremmo curato, ammesso che l’idea gli garbasse) una rubrica di recensioni di libri per bambini su  Genitori Crescono , gli ho chiesto se ricordasse chi è Silvia, che assieme a Serena cura uno dei più intelligenti spazi Web dedicati alla genitorialità.   

"Certo ma', è quella che ha fatto il viaggio in treno da Milano con noi quando siamo andati da zia e tu poi sei andata a teatro a vedere Mamma che ridere!"

"Ahemmm... Sì, lei..." (come stratacacchio te lo ricordi, che sono passati due anni?”)

"Quella alta, con gli occhiali, simpatica donna… Ci hai fatto pure la presentazione  della carrozzina , vero?"

"Si, tesoro, lei. Ci siamo conosciute su Internet ma adesso siamo amiche sul serio, mica solo virtuali. Di mestiere fa l'avvocato, però ha anche un blog fichissimo assieme a un’altra mamma che vive in Svezia e si chiama Serena. Parlano di mamme e papà. E di bambini, naturalmente. Si chiama “Genitori Crescono”. Mi hanno chiesto se volevo…(bla-bla-bla)… e ho pensato che fosse carino farla assieme questa cosa, che ne pensi?"

"Uuuuuuh! Fico il titolo... E quindi io sarò un membro importante di questo blog. Un protagonista... oppure un antagonista (antagonista de che??? Disimpiaccialo quel cervellino, di tanto in tanto). Un personaggio, no? Uno importante, cavolo! Faccio le recensioni, io!"

OMMMIODDDDDDDIO! Dove l'avrà raccattata tutta 'sta vanagloria?

"Sì, luce dei miei occhi. Diciamo che la recensione la fa mamma, poi ti faccio due tre domandine sul libro in questione e tu mi dici la tua, ok?"

"Ma insomma... Figurerò o no in un blog importante? Perché allora lo dico a tutti i miei amici e alle maestre! Ooooh, se glielo dico!".

Ecco, Genitori Crescono, non che vi servano nuovi lettori, per carità… Sappiate però che, qualora le visite dovessero impennarsi di un ricco 30%, il merito non sarà certamente mio. Partorire un logorroico implicherà pure le stigmate alle orecchie, ma comporta anche i suoi porci vantaggi…

"Sì. Sì. Sarai un critico letterario. Un autentico pioniere nel campo delle recensioni bambinesche. Il guru delle recensioni di libri per bambini. L’Onnipotente Recensore Nano. Va bene così?" (almeno ti zittisci. Poi il tuo psichiatra sentenzierà che il deliro d’onnipotenza te l’ho scatenato io alla modica cifra di 200 Euro a seduta. Tanto dare la colpa alla madre di uno psicotico è un classico, no?).  

"Benissimo. Grazie. Dì alla tua amica Silvia che per me sarà un onore partecipare a questa iniziativa. Pure se non mi paga. Perché mica ci pagano, verooooooo?"

No, bimbo avido, ma è come se lo facessero. Silvia e Serena mi consentono di fare una cosa splendida assieme a te. E, anche se Silvia non lo ammetterà mai davanti a testimoni (mica si è laureata in Giurisprudenza perché Scienza dell’Acconciatura Per Vongole Calve era una facoltà troppo elitaria, che credi?), so benissimo perché mi ha proposto di curare questa rubrica. Il motivo te lo sussurro in un orecchio… Però, figlio mio, tieni la bocca chiusa e soprattutto le manine ferme: se ti ripizzico a lanciare status a cacchio con informazioni personali sulla mamma, giuro che ti ribalto. Il Web è piccolo, la gente mormora. Mica possiamo stracciare l’onorabilità di Silvia lasciando ad intendere a chicchessia che quella donna, a tempo perso, mi stima...

E’ una rispettabilissssima avvocata, lei. Professionale fino al midollo e soprattutto imparziale con i suoi collaboratori. Ecco, infatti, il messaggio che mi ha scritto quando ha letto il nostro primo lavoro in tandem:“Sto piegata in due dalle risate per la recensione di Superboy... Posso tagliare del tutto la tua, anzi, revocarti l’incarico? Lui è pure più figo! E’ perfetta! La tua non la leggerà nessuno, hi hi hi”.

Sì, ha concluso la mail proprio con il suono onomatopeico della iena ridens. Simpatica donna, come dice mio figlio, vero?

La Staccata e Superboy: due lettori ossessivi compulsivi così come ce ne sono tanti nel mondo. Il fatto che una abbia partorito l’altro, decidendo pure di tenerselo in casa almeno per i 18 canonici anni previsti dalla legge, rende estremamente pratico scambiarsi reciproche opinioni sui libri. Lo facciamo tutte le sere, abbracciati sul lettone, da quando lui era piccolissimo, e non ne siamo ancora sazi. Forse smetterò di leggere storie assieme a mio figlio, un giorno di questi, ma dovrà essere mia nuora a supplicarmi di farlo. E occhio che ho scritto “forse”…

I Supereroi non bevono il brodo è la nostra prima recensione. La scelta del testo non è affatto casuale, è un tributo al nickname del nanerottolo che mi affianca in questa nuova avventura. Lui, nel bene e nel male, i superpoteri ce l’ha sul serio. Io? Diciamo che ci sto lavorando su, pure se sono una dannata assenteista. Ma non sempre per colpa mia… 

 

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Chi Sono

  • : La Staccata
  • La Staccata
  • : Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
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