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2 ottobre 2012 2 02 /10 /ottobre /2012 20:07

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Sfiancata da un attacco di sinusite capace di polverizzare anche il sistema nervoso di un’ameba che, come è noto, il sistema nervoso non ce l’ha, ieri pomeriggio intorno alle 15:00 ho lanciato un SOS a una mia carissima amica: “ Ti supplico, ritira Superboy da scuola e parcheggialo a casa tua per qualche ora. Vengo a riprendermelo verso le 18:00. Se non mi butto in branda per un po’ giuro che inizio a demolire i muri maestri a colpi di mazzetta. E’ da una settimana che non chiudo occhio…”  

“Ma certo, Lu’, che problemi ti fai? Figurati se non te lo tengo! Così gioca col mio e me li dimentico tutti e due, che anch’io ho parecchio da fare in casa.” Preciso che alla donna in questione non solo voglio bene come a una sorella, ma che è anche una gran bella sgnacchera. Ho frenato perciò con difficoltà l’istinto di sbatterla sullo stipite della porta e limonarmela di brutto quando ha aperto l’uscio di casa sua.

Pochi minuti dopo il mio arrivo, il suo compagno riemerge dal garage con aria scazzatissima, un mucchio di libri di testo fra le braccia e un paio di rotoli di cellophane infilati sotto un’ascella. Deposita il tutto sul tavolo sentenziando: “No, io non je la posso fa’…” E sparisce nel nulla. ‘sto vigliacco.

Avete presente quei rotoli di plastica scivolosa come pelle d’anguilla che utilizzavamo per non far sciupare i libri? Io adoravo sperperare un intero pomeriggio per ritagliare il rotolo a misura e applicarlo con perizia certosina al sussidiario, il testo di matematica e compagnia bella. Sono sostanzialmente una licenziosa casinara, però per quanto riguarda la cura di libri e quaderni il mio zelo rasenta quello di Furio di Bianco Rosso e Verdone.

Foderare libri non è un’operazione alla portata di tutti. Se niente niente si è lievemente nervosi, o stanchi, o magari dolorosamente incompatibili con la manualità, foderare libri può mandarti fuori di testa.  E’ un lavoretto da carcerato, ma a me riesce bene. Ieri pomeriggio la mia amica era stanca, doveva preparare la cena/sistemare la casa e, dopo aver letto tutto il post, converrete con me che bisogna allontanarla dagli oggetti taglienti. Non per molto, diciamo… per tutta la vita.   
Viva Dio, dagli anni ‘80 a oggi i produttori hanno inventato un metodo meno macchinoso per eseguire l’operazione: le copertine pre tagliate con la gommina laterale da incollare alla costola lunga del libro. Basta togliere la protezione di carta et voilà! Il gioco è (quasi) fatto. Ma non tutti i genitori, per quanto aggiornati in materia di cancelleria, ne conoscono l’esistenza. Tipo la mia amica. Le conseguenze possono essere devastanti, soprattutto se si è reduci da un’estenuante giornata di lavoro. Io, a differenza di lei, fino ad allora avevo soltanto scribacchiato qualcosa, combattuto contro i pericolosi nemici dell’igiene e la mia maledetta sinusite. Allora mi sono offerta di foderare i libri al suo posto.

“Ma no, no, scherzi? E’ un lavoraccio, lo facciamo insieme!”

La osservo con occhio critico mentre massacra la plastica tagliandola con un metodo ad minchiam. Le suggerisco di scovare forbici che funzionino sul serio, che male non fa. Le trova e ricomincia a zigzagare come una lepre impazzita. A quel punto ci coglie una ridarella epocale. Sommando le nostre età arriviamo quasi a novant’anni, eppure l’attacco di scemeria irrefrenabile era secondo soltanto a quello di due tredicenni che guardano abbracciate un filmetto con Zac Efron.

Dopo circa cinque minuti di sghignazzate selvagge, schizza fuori suo figlio dall’altra stanza. Con aria serissima e stizzita annuncia: “Io chiudo la porta, che ci disturbate!” Cioè: noi due a loro? Ai due puledri pazzi che se gli prendono i cinque minuti buoni te li ritrovi a fare surf nella vasca da bagno o a decapitare dinosauri fra urla agghiaccianti?

E giù di nuovo a ridere come due deficienti assolute. A ridere di gusto. Della sua inabilità con le forbici e della mia aria del cacchio da Provetta Foderatrice Di Libri.  Tento di organizzare un lavoro in team: io applico le copertine, lei le taglia. Ma niente, la mia amica non ce la fa. Ho sospettato sul serio che avesse bevuto pesantemente a pranzo, ma non gliel’ho detto. Un problema da risolvere alla volta: la priorità era foderare quei benedetti libri, poi magari avremmo fatto un salto all’anonima alcolisti.

Appurato che no, con le forbici proprio non se la cava, le affido un compito semplicissimo: tagliare dei pezzettini di scotch di circa mezzo centimetro per farmi guadagnare tempo. Niente, buio nero anche lì. Lei continua a sfornare stringhe lunghe almeno due centimetri. Storte, per giunta. S-t-o-r-t-e!!

foderina-3.jpg

E lì mi è partito l’embolo: “No, non ci siamo. Così non viene un lavoro preciiiiiiiiissso” lo dico trasformata in un’orrida chimera a metà fra Gollum (Il mio tesssssssssssoro) e Jack Nickolson in Shining. Riprendiamo a ridere come due decerebrate, schiviamo per un pelo la possibilità di farcela addosso tutte e due e allora lei, disperata, propone di tagliare i pezzetti a metà. Ci prova, ma le si accartocciano sulle forbici e quindi sono inservibili.

Avvelenata dalla mia sete di perfezione, sibilo all’indirizzo della mia amica vaccate di odiosità crescente quali: “Ehmmm… guarda, sei stremata da una giornata di lavoro, lo faccio con piacere io, dico sul serio/ Eh no, gioia mia. Mi sa che tu non avresti davvero potuto fare la sarta. Ma quando magnavi? / Tesò, se non ti levi subito dalle balle viene fuori una pecionata/Fammi una cortesia, fumati una sigaretta e lasciami fare,ok?”

Lasciami fare, già. Neppure il più becero dei maschilisti riuscirebbe a vomitare addosso a una donna una frase più odiosa. Io l’ho fatto, e pensare che simpatizzo parecchio per l’antisessismo. L’ho detto, sì, senza neppure beccarmi una forbiciata in mezzo agli occhi. Ma per un pelo la mia amica non me ne ha assestata una dietro la nuca, come da documentazione fotografica:

foderina 2

 

Cerco di tagliar corto (taglio io, che la mia amica non è capace) e arrivo all’epilogo: ha dovuto invitarci per cena, perché anche la Provetta Foderatrice Di Libri trova le sue porche difficoltà a rivestire dodici volumi con la pelle d’anguilla. Dodici, già. Erano dodici.

La mia amica si è prostrata ai miei piedi un numero n di volte; alla centocinquantesima ho perso il conto. Poi, un attimo prima di andarmene da casa sua, mi ha abbracciato un’altra volta dicendomi: “Grazie, cicciola! Senza di te avrei fatto le quattro del mattino!”

Ecco, è lì che ho finalmente capito perché non mi ha piantato sul serio le forbici alla nuca.

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5 febbraio 2012 7 05 /02 /febbraio /2012 17:36

 

La tanto attefredsa nevicata sulla città eterna qui a Burilandia si è fatta attendere un po’. Venerdì scorso tutte le mie amiche di Roma Nord continuavano a postare foto su Facebook che sembravano tratte dalla loro ultima vacanza sulle Dolomiti, e invece le avevano scattate semplicemente affacciandosi  dalla finestra.

Qui da noi no: soltanto un freddo  polare, un vento capace di scaraventare a terra un uomo di 100 kg e tanta, tantissima pioggia. Ed era strano, visto che abito a pochi chilometri dai Castelli Romani; di solito siamo i primi a vedere la neve, le pochissime volte in cui si degna di fare visita alla Capitale. Era strano e anche un filino inquietante: il mio timore era che venerdì notte il cielo avrebbe il suo dovere con tutti gli interessi.

 

Così è stato: sabato mattina alle 9:00 mi sono affacciata e in strada c’erano già un mucchio di bambini impazziti che si lanciavano fra i cumuli candidi come neanche un diabetico farebbe su una montagna di meringhe.

Bambini di ogni età come Umberto. Vestito di un improponibile cappellino peruviano e di un sorriso raggiante, colpiva qualsiasi cosa respirasse (ma anche no) con palle di neve ben compattate e pesanti come massi di granito, preferibilmente alla testa.

 

Nessuno però avuto il coraggio di dirgli di piantarla, visto che il “bambino” in questione è un quarantacinquenne buono come il pane, ma con due mani capaci di stritolare la colonna vertebrale di un bisonte per puro capriccio. E’un soggetto mansueto, lo ribadisco, ma nel dubbio ci siamo beccati tutti la nostra brava contusione cerebrale piuttosto che provare a contrariarlo. E poi, era così felice che sarebbe stato un crimine rovinargli il divertimento.

Bambini di ogni razza come Rocco, che a un anno e mezzo pesa già 32 kg, e si rotolava nella neve assieme agli altri, mugulava felice, sbuffava, annaspava sul ghiaccio perché non aveva i dopo sci. I “genitori” non l’hanno mai portato da un bravo dietologo perché è una stazza abbastanza frequente per un soggetto della sua età. Vaneggio? No, se considerate che è bulldog. Buono, giocherellone e mansueto come e più di Umberto, con il vantaggio che non ha la sua mira da cecchino e non è in grado di tirare palle di neve.

 

Io ho rivisto negli occhi di Superboy lo stesso stupore che ho avuto io anni fa la prima volta che mio nonno mi ha fatto vedere la neve. Eravamo in montagna, nelle Marche, una delle tante terre d’Italia di cui sono originaria. Nel mio sangue c’è una bella confusione di sangue misto, proveniente da ben cinque regioni diverse. Mancano all’appello quelle del Nord, ed è forse per questo che non sono riuscita a superare il metro e sessanta e non ho gli occhi azzurri, però resisto benissimo alle temperature glaciali.

Bagnarsi i piedi fino al midollo per passeggiare nella neve assieme a tuo figlio semi impazzito di felicità non ha prezzo, così come non ce l’ha fare un pupazzo di neve accanto alla porta del garage fra i sorrisi dei vicini di casa.

Gli occhi di Fred sono due noci, la bocca un pezzo di sedano, al posto dei bottoni ha 4 pomodorini e come naso la classica carota. Più che un pupazzo di neve, sembra un minestrone.

Solo che stamattina il suo bel nasino era sceso almeno un metro più sotto. Grazie alla mente lucida di qualche buontempone, la bella carotina di Fred era diventato un pisello… E non sto parlando di magiche trasformazioni di ortaggi, qualora ve lo steste chiedendo.

Certa gente è capace di spoetizzare pure un momento magico come la caduta di 20 centimetri di neve a latitudini impensabili come quelle di Roma. Sorridevamo tutti, Sabato mattina. Quel manto candido aveva cancellato preoccupazioni e pensieri da adulti; eravamo più ricchi di un qualcosa che non saprei neanche definirvi, lo eravamo tutti quanti. Neanche avessimo vinto al Superenalotto.

Non ho visto chi sia stato a spostare il naso di Fred, altrimenti avrei trovato un modo alternativo per ricollocare quella carota. E sono pronta a scommettere che non gli sarebbe piaciuto affatto.

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Chi Sono

  • : La Staccata
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  • : Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
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