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15 ottobre 2011 6 15 /10 /ottobre /2011 11:07
fratellini


Alessandro è di là che gioca, da solo. Non lo chiamo Superboy come al solito, perché questo non è uno dei miei soliti post. Mi pentirò di averlo pubblicato un secondo dopo aver pigiato sul tasto invio, ma intanto lo pubblico. Poi si vedrà. Alessandro, il mio unico figlio, è di là che gioca, dicevo. Da solo. Non c’è nessuno che stacca la testa a uno dei suoi tirannosauri o che ingoia le sue costruzioni. Non ha nessuno con cui spartire il mio amore, nessuno con cui azzuffarsi, nessuno a cui spaccare la faccia perché gli ha rubato una caccola coscienziosamente scovata dalla sua narice destra dopo lunga e attenta manipolazione.   

Alessandro è il mio unico figlio, ma non l’ho mica presa io questa decisione, né mio marito. Ha deciso Dio (o chi per lui) al nostro posto, e ci ha vomitato addosso con violenza il responso, senza accertarsi se putacaso la sua scelta avesse potuto ucciderci.

Deve aver ritenuto che io un altro figlio non me lo merito. Preferisce mandarlo a una che, strafatta di crack, pensa bene di infilarlo in un sacchetto della spazzatura, di strangolarlo perché la disturba mentre gioca a Farmville, di massacrarlo a coltellate e poi dire che è stato un suo vicino di casa, solo che il suo nome non lo farà mai. Perché non ricorda come si chiama, mica perché l’ha ammazzato lei.

La mia storia è simile a quella di tante altre, non peggiore né migliore. Un percorso  atroce, che non ho mai esternato in questo blog, se non lanciando di tanto in tanto allusioni alla faccenda, messaggi criptici che soltanto io potevo decodificare. Pochissimi conoscono i particolari della mia pena. Perché non ne parlo. Perché sorrido sempre, io. Anche con il dolore incastrato nelle viscere, sempre. Un pensiero fisso, instancabile, cocciuto, impossibile da cacciare via. Non ne parlo mai perché forse mi vergogno. Perché penso di non essere più capace. Perché la colpa la do a me stessa, come al solito. Non al destino. A me, che ho soltanto un figlio quando avrei voluto averne almeno tre. Come minimo.

E Alessandro non è rimasto solo, come affermano alcune menti illuminate, perché è sempre stato un bambino difficile da gestire. Mi stupisco di come esseri teoricamente dotati di un cervello pressappoco funzionante possano soltanto ipotizzarla una cosa del genere. Vorrei sapere in base a quale scala di valori sono il grado di stabilire quale sia il mio livello massimo di sopportazione fisica e psichica. Io potrei crescerne altri dieci di Alessandro, anche se mi accontenterei soltanto di un altro esemplare. Uno solo. Basterebbe.

Ecco, io questo post non lo scrivo tanto per me stessa, né perché oggi mi è partito l’embolo del coming out. La mia situazione non è disperata, probabilmente giungerà a una felice conclusione, prima o poi. Non è detto che non succeda.  

Io questo post lo scrivo per quelli che non attivano mai il cervello prima di parlare. Magari non sono fra le persone che bazzicano questo blog ma, se qualcuno di questi soggetti dovesse passare di qui, gli lancio un appello da trascrivere su un post-it a caratteri cubitali. Se non è sufficiente, attaccatelo sulla fronte, così diventerà decisamente più semplice tenerlo a mente: prima di uscirtene con suggerimenti diretti a una donna di cui non conosci nulla, neanche il nome, fermati soltanto un istante a riflettere. Non è complicato, puoi farcela persino tu. 

Evita di entrare nel suo privato senza neanche bussare alla porta. Non invadere casa sua con frasi assolutamente inopportune, magari condite da un sorrisetto commiserante.  Quella donna è dietro la porta, raggomitolata nel suo dolore, e non ha affatto voglia di offrirti cordialmente un thè con i pasticcini e di raccontarti come se nulla fosse i fatti suoi. 

Qualora non riuscissi ancora a capire di cosa sto parlando, ti regalo un paio di classici del cattivo gusto, frasi che commento in perfetto stile Staccata. Per sdrammatizzare un po’, benché sul tema ci sia ben poco da ironizzare. Ma è soltanto grazie al mio approccio positivo alle difficoltà che oggi sono ancora qui, viva e vegeta, e in grado di scherzarci su.  

Eccole:

"Ma che lo vuoi lasciare sooooooooooooloooooooooo?"

No, vicina di casa scassacoglioni che nun so manco come te chiami, è Dio che vuole che rimanga solo, mica io.

"Ma diglielo a tua madre di farti il fratellino!!!

Ma diglielo, core de mamma, alla signora di farsi un abbondante pacchetto di  cazzi suoi!

Sono tre anni che Alessandro aggiunge alla lista dei desideri per il signore di rosso vestito un fratellino. Anni che quando la maestra gli chiede di disegnare la sua famiglia, lascia uno spazio vuoto e mi chiede perché sono incapace di riempirglielo.

E' un numero ormai bastevole di mesi che i commenti di cui sopra lo feriscono, profondamente, forse più di quanto non feriscano me. Io la mia sofferenza riesco a gestirla, in qualche modo. Lui no. Ha appena sette anni. Non è esattamente semplice spiegagli che Dio, prima o poi, ci farà la grazia di regalarci un fratellino. Perché io lo so che forse questo miracolo non si avvererà mai, e non ho alcuna intenzione di raccontare bugie a mio figlio. Non lo faccio mai. Eppure sono costretta a mentirgli, per il momento. Ho il dovere di proteggerlo, fino a quando non capirò che sarà pronto a comprendere. Fino a quando gente come te avrà la premura di ricordargli che è figlio unico.

Ecco, riflettici bene. Perché la tua curiosità apparentemente innocente può affettare l’anima di qualcun altro. Aggiungere lacrime superflue alle tante già versate, costruire qualche notte insonne in più, risvegliare gli incubi. Ferire, in modo così profondo che non so neanche come spiegartelo.   

La prossima volta che incontri la mamma di un figlio unico sappi che potresti masticarle il cuore come un chewingum. Abbi l'accortezza, a cose fatte, perlomeno di sputarlo in un cestino e non per terra.


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Chi Sono

  • : La Staccata
  • La Staccata
  • : Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
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