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24 ottobre 2012 3 24 /10 /ottobre /2012 00:03

luana ale ristorante

Educare:
Etimologicamente il termine deriva dal verbo latino educĕre (cioè «trarre fuori, "tirar fuori" o "tirar fuori ciò che sta dentro"), derivante dall'unione di ē- (“da, fuori da”) e dūcĕre ("condurre"). La parola educazione è spesso ritenuta complementare di insegnamento o istruzione anche se quest'ultima voce tende ad indicare metodologie più spiccatamente "trasmissive" dei saperi. Così dice Wikipedia.

Il verbo “educare” è applicabile anche all’alimentazione? Direi di sì. Affermo senza ombra di dubbio che mia madre abbia tentato di educarmi anche in questo senso. Mi nutriva con cibo sano e difficilmente mi allungava una merendina pur di farmi mangiare qualcosa, perché di mangiare io proprio non volevo saperne. Non ha mai soffocato il cibo con ettolitri di sugna, né era fissata con la regola del: su, ripulisci tutto tutto tutto il piatto! No, lei tentava semplicemente di farmi sopravvivere. C’è stato un periodo in cui io e mia sorella sembravamo due biafrane. Perché anche lei ha dato filo da torcere a mia madre, le rogne non vengono mai da sole in una famiglia che si rispetti. Eppure, nonostante tutti i suoi sforzi, io sono stata una bambina, una ragazza e quindi una donna piuttosto diseducata in materia di cibo.

“Ma daaaaaai, mi prendi in giro? A vederti adesso non si direbbe!”
“Sì, vabbe’, non è possibile. Alla tua età puoi ancora permetterti il bikini e hai pure fatto un figlio!” (ho fatto un figlio, d’accordo, ma non mi ha investito uno schiacciasassi).

“Obeeeeeesa? Su, non esagerare. Magari eri un po’ sovrappeso, ma obesa no. Che dici?”

Ecco le risposte standard che ottengo quando racconto del tempo in cui mi trascinavo dietro venticinque chili di troppo, esattamente dai miei quindici ai miei vent’anni di vita. Sì, io la mia adolescenza me la sono sparata tutta da cicciona e anche i meno perspicaci intuiranno che non è stato esattamente il periodo più giocondo della mia esistenza. E’ allora che ho imparato a essere auto ironica. Il ragionamento era rozzo ma efficace: se ero io la prima a massacrarmi, gli altri non trovavano spazio per buttarmi addosso dosi aggiuntive di dolore.

A vedermi oggi è difficile immaginarmi infagottata in una taglia 50, eppure vi assicuro che ne riempivo ogni interstizio. Intendiamoci: non che ora sia filiforme; la taglia 40 potevo permettermela soltanto a 14 anni, la 42 l’ho indossata agevolmente fino ai 33 anni. Poi sono rimasta incinta. Ora calzo una dignitosa 44, con qualche rara ricaduta verso la 42. Di tanto in tanto mi capita di buttar giù 2/3 chili. Mi capita, sì, ma me ne pento un attimo dopo.
Ho raggiunto il giusto equilibro soltanto dopo anni di duro lavoro su me stessa. Mi sono in qualche modo auto educata a mangiare; ho imparato a non vedere più il cibo come l’unico riempitivo per i vuoti dell’anima, ho capito che per essere “visibile” non occorre invadere il mondo con la propria fisicità o, al contrario, tentare di scomparire in un corpo preadolescenziale. Ci vuole ben altro. Non è stato semplice, ma ce l’ho fatta. Come? Posso semplicemente dirvi che a certo punto il cervello di chi soffre di disturbi alimentari può resettarsi. Basta un evento, anche non particolarmente significante; funziona sicuramente un innamoramento, in certi casi. La mia occasione per scrollarmi di dosso tutto quel peso superfluo ve la spiego più avanti.

La mia storia non è particolarmente originale. Accomuna tante persone. Donne, in particolar modo. Tranne rarissime eccezioni, l’autolesionismo è femmina. Non mi addentro troppo nei particolari, perché sviscerare le motivazioni dei miei problemi con il cibo rischierebbe di farmi andare fuori tema. Mi limito a ipotizzare che la mia trasformazione da bambina semi anoressica ad adolescente obesa sia dovuta al fatto che ero spaventata a morte dal mio corpo. Sono cresciuta troppo in fretta: a tredici anni ero ancora molto magra, però ero alta (per la mia età, s’intende. Oggi sono ancora alta come una bambina di tredici anni, per dire), sfoggiavo già un bel paio di tette e fianchi torniti da donna. Gli uomini mi guardavano in un modo che mi infastidiva. Gli uomini, già, non i ragazzini come me. Quelli giocavano ancora a “ce l’ho – ce l’ho – me manca- ce l’ho” con le figurine e a chi pisciava più lontano, com’era giusto che fosse.
Oltre ad essere una ex obesa, sono pure una ex timida. Io la cartella non la indossavo mai sulle spalle; la stringevo fra le braccia per nascondere il seno. Avrei voluto scomparire, eppure il mio corpo continuava a conquistare spazi troppo adulti e maliziosi per me, che mentalmente ero ancora una bimba. Così, un bel giorno devo aver pensato bene che massacrare il mio bel corpicino con manciate di chili superflui mi avrebbe tenuto al riparo da quelli sguardi imbarazzanti. Cavolo se ha funzionato!

Ho iniziato a mangiare in modo sconsiderato, persino di notte. Soprattutto di notte. Assumevo anche lassativi, per cercare di tamponare lo scempio alimentare. Digiunavo per poi recuperare giorni di astinenza in poche, convulse e farneticanti ore. Vomitare a comando no, non ci sono mai riuscita. Io svengo mentre do di stomaco, mi fa troppo ribrezzo, riesco a malapena a tollerare il vomito di mio figlio, ma giusto perché lo amo follemente. Mio figlio, non il vomito. Ringrazio il cielo che durante la gravidanza non ho sofferto quasi mai di nausea, altrimenti non sarei sopravvissuta a me stessa.
Ne sono uscita fuori quando quella che allora era la mia migliore amica mi ha chiesto se volevo farle da testimone alle nozze. Ho visualizzato la sua bella figurina da Barbie Sposa accanto alla mia, che avevo un anno meno di lei, ma a causa della mia mole sembravo sua madre. Ho perso 11 kg in meno di due mesi, sotto stretto controllo medico, senza assumere alcuna porcheria per accelerare il processo. Ho impiegato quasi due anni per rimettermi in sesto fra dieta dimagrante, ginnastica e mantenimento. Questo accadeva nel lontano 1990. Da allora sono ingrassata 10 kg soltanto per mettere al mondo un figlio, altri motivi validi non ne ho trovati.

Come mi sono educata a mangiare? Semplicemente considerando il cibo nella giusta prospettiva: un modo per appagare i sensi, uno strumento per far star bene il mio corpo, un’ottima occasione per trascorrere una serata godereccia fra amici anche esagerando un po’, di tanto in tanto. Di tanto in tanto non significa “sempre”. E questo che fa la differenza.
Ora quando si tratta di mangiare mi comporto un po’ come quando spiego a mio figlio che esistono regole che non vanno mai infrante e norme che, invece, qualche volta possono andarsene tranquillamente a morire ammazzate. Fra queste regole derogabili rientra anche il cibo. Quindi: tesoro di mamma, il cibo che ti fa stare meglio è quello sano, ma se di tanto in tanto bevi una coca cola o mangi un hot dog non brucerai all’inferno. Perciò: mangia le verdure (e qui è facilissimo, perché Superboy adora la roba verde e questo non gliel’ho certamente insegnato io. Mi ha detto semplicemente culo), il pesce (idem), la carne ai ferri e non pasticciata con tonnellate di ketchup, fai merenda con una fetta di pane e olio o un panino al prosciutto. Ma se una volta ogni tanto in quel pane ci schiaffiamo un bel po’ di cioccolata non crolla mica il mondo; la cioccolata lo colora di buono, altro che fallo crollare.

Per chiarirgli il concetto, di tanto in tanto ci concediamo la “serata delle schifezze”. E’ una roba in tema fantozziano, stile “frittatona e rutto libero”. Di solito la organizziamo durante il week end. Lo scopo è quello di trasgredire con assoluta spensieratezza davanti alla TV. Ci guardiamo un bel cartone/film/documentario o quello che cavolo ci pare smangiucchiando porcherie. Il giorno dopo magari ci spariamo un’oretta di bici all’aria aperta ed è pace fatta con la coscienza, ma non è un’opzione obbligatoria.
Mio figlio non è un mangione, non lo è mai stato. Provo da secoli a fargli assaggiare tutto, ma il cibo sembra interessargli poco o niente. Nonostante ciò, mangia piuttosto sano. Quindi in qualche modo credo di essere riuscita ad “educarlo”, un po’ come fece mia madre con me. Sa cosa gli fa bene e cosa invece è meglio evitare. Evitare, non eliminare senza pietà. Lo sa perché glielo spieghiamo io e suo padre, lo sa perché lo studia a scuola, lo sa così come sa che una porcheria di tanto in tanto potrà anche non fargli benissimo al fegato, ma sicuramente gli fa bene all’anima.

Il segreto per raggiungere il giusto rapporto con il cibo è saper cedere alle trasgressioni in modo consapevole e maturo. Questo me l’hanno insegnato quando ero a dieta: nessun regime alimentare restrittivo può funzionare se di tanto in tanto non ci si concede qualche gratificazione. Auto flagellarsi per uno sgarro rischia di mettere a repentaglio gli sforzi di mesi; convivere serenamente con le proprie debolezze e godersele con dannata leggerezza, persino, aiuta a rimettersi a regime con più slancio. Funziona un po’ come per i carcerati: se non concedi loro l’ora d’aria, la prigionia diventa insopportabile e allora tentano di evadere ogni due per tre.
Se è vero che “educare”significa anche “tirar fuori ciò che sta dentro”, compresa la voglia di trasgredire, di lasciarsi andare, di non voler a tutti i costi essere maniaci del controllo della propria vita, allora io sono guarita dalla mia maleducazione alimentare. L’ho fatto grazie a molte, difficili, mosse ma ci sono riuscita.

Spalmare di Nutella le gallette di riso integrali potrà sembrarvi un’incongruenza, invece è equilibrio. Basta non farlo tutti i santi giorni. Se no è prendersi per i fondelli, il che è un concetto lievemente diverso.

Questo post partecipa al blogstorming Educare a mangiare

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commenti

el_gae 10/25/2012 08:18

Il vero quid è che io non voglio cambiare lavoro. O meglio: mi fa incazzare, mi prosciuga, mi occupa quasi il 90% del tempo ma mi piace da matti...
Vedremo, dai. Magari in un futuro, con un cambio di ruolo posso scalare la marcia. Mi servono almeno due anni per costruire solo questa cosa qui. ;)

Mammainse 10/25/2012 00:02

Uh..proprio quel tastino che non volevo toccare! In realta' il mangiare ed il peso non sono mai stati un problema..mai fatto una dieta in vita mia, ma la seconda gravidanza da casalinga mi ha un
po' stroncato le gambe, ed e' anche uno dei motivi per cui ho aperto un blog che ogni tanto scrivere invece che mangiare non puo mica farmi male!!!

la staccata 10/24/2012 19:14

@Raffaella: sono assolutamente d'accordo con te su tutto. Per me non è stato necessario andare da uno psicologo, ma se non mi fossi a un certo punto "resettata" sicuramente ne avrei contattato
uno.
@el_gae: non saprei dirti se il lavoro è un alibi oppure no, le motivazioni che ci spingono a mangiare troppo (o troppo poco) sono troppo complesse per essere imputate a un unico fattore. Così, a
naso, posso dire che un cambiamento potrebbe aiutarti. Spesso ci si fa del male anche per mancanza di tempo. Credo che non sia affatto una coincidenza il fatto che quest'estate sia riuscita
finalmente a buttare giù quei quattro chiletti che mi davano fastidio già da un paio d'anni a questa parte. Ci sono riuscita soltanto perchè ora dispongo di molto tempo a mia disposizione rispetto
a quanto ne avessi 6 mesi fa.
Riesco a ritagliare almeno una mezz'ora al giorno per fare ginnastica, se ce la faccio anche ad abbinarci una bella passeggiata perchè mi scarica la mente.
Per cucinare sano, poi, ci vuole paradossalmente più tempo.
La forza di volontà e la determinazione sono fondamentali, ma se non hai tempo per metterli in pratica non c'è nulla da fare: è difficilissimo rimettersi in carreggiata, anche con i migliori
propositi.
Per non sapere né leggere né scrivere se fossi al tuo posto la carta del cambiare lavoro me la giocherei.

el_gae 10/24/2012 11:39

A mezza via tra los scherzo (citando La ricerca di Nemo) e la sincera ammirazione ti dico: "Sei un esempio per tutti noi".
Io purtroppo non ci riesco. Ce l'ho fatta in alcuni periodi, anche a scendere sotto gli ottanta chili. Fatalità ha coinciso con un periodo di crisi con la morosa, un cambio di lavoro, meno tempo.
Insomma: io sotto stress non rompo le palle a nessuno, non divento acido ed intrattabile, non fuggo davanti alle difficoltà, non mi chiudo in me stesso. Io mangio. Tanto. Dovrei cambiare lavoro,
forse. Più tempo a disposizione e meno responsabilità. Ma non so se è solo un alibi.

raffaella 10/24/2012 09:26

La serata delle schifezza la pratico da sempre. E' liberatoria, divertente e unisce. Ho una storia simile alla tua. Mio figlio mangia da anoressico e mi chiedo come produca materiale di scarto
visto che introduce davvero poca roba. Ma cresce. Deduco quindi che gli basta ciò che mangia. Credo che il rapporto con il cibo sia uno dei rapporti più difficili da gestire e come tale è
necessaria l'educazione e un buon sano equilibrio. Psicologo compreso, quando non si raggiunge.
A presto
Raffaella

Chi Sono

  • : La Staccata
  • La Staccata
  • : Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
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