Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"

Oggi ho trovato su Face book il commento di una mia amica scrittrice: “Quando aggiornerai il blog? Aspetto un
resoconto della tua vacanza nel regno di molto molto molto moltissimo lontanissimo!!!” Ti accontento subito, cara Caterina, e visto che ti ho appena sgraffignato uno spunto per
intitolare il mio post, sei invitata a contattarmi per discutere sui diritti di copy write.
Dunque: il regno di molto molto molto lontanissimo è un posticino sperduto nell’Appennino marchigiano, sito in una zona collinare circondata da querceti e prati di erba medica, campi arati e
distese immense di girasoli. E' impastato di elementi ormai introvabili quali pecorelle allo stato brado e formaggio fatto a mano, galline ruspanti e
cani liberi di scorrazzare come più gli garba. E’ un luogo che i più non esiterebbero a definire come “un buco dimenticato da Dio e dagli uomini” (ndr: e anche dall’ADSL).
Da un censimento trafugato chissà come da una mia lontana cugina, risulta che nei primi anni dell’Ottocento la popolazione stabile contasse oltre cento anime, dato sorprendente considerando
che il paesino costa di appena dieci case. Ma un tempo, si sa, non è che si stesse tanto a lesinare sul numero dei figli da mettere al mondo.
Cento anime e un patrimonio insostituibile: le ragazze da marito più belle del circondario, almeno così raccontavano i vecchi del paese. Perciò, nel regno di molto molto molto lontanissimo,
si organizzavano sontuose feste da ballo che ingolosivano gli scapoli locali.
Era un paesino perennemente in festa, di quei festeggiamenti dal sapore antico che riuscivano a riunificare i cuori della gente, qualcosa che oggi è soltanto un ricordo scolorito dalla
voglia di andarsene via di troppi. Forse per colpa di una sorta di ratto delle Sabine a funzione inversa, le belle ragazze di un tempo hanno messo su famiglia altrove, ed è stato l’inizio
della fine.
Oggi lo stesso luogo conta soltanto due/tre ultraottantenni rintronati con relative badanti, più una manciata di esemplari di una razza nana canina autoctona che fortunatamente continua a
riprodursi con sistematicità, andando così a rimpinguare la scarsa fila della popolazione: quindici abitanti stabili in tutto, cani e badanti inclusi, e purtroppo non sto scherzando.
Ai tempi della mia fanciullezza, invece, il regno si ripopolava almeno d’estate: la discendenza di tutti quegli abitanti, emigrata in gran parte a Roma, abbandonava il casino metropolitano per
rigenerarsi nel verde rassicurante della collina, nell’accoglienza generosa di montagne dai boschi immacolati, nell’arietta fine del primo mattino e nel fresco serale. E ci si divertiva un
mucchio, anche. Perché non è strettamente necessario sballarsi in discoteca per stare bene. Esistono altre soluzioni, viva Dio, basta contornarsi di compagnie piacevoli. Poi, da un decennio a
questa parte, hanno perso tutti il gusto delle proprie radici. Oggi dei miei vecchi amici d’infanzia non esiste più traccia.
Tutto sommato, non si ci si vive così male. Basta abituarsi a tempi più rilassati e alle chiacchiere della gente che, comunque, non rappresentano una prerogativa dei piccoli centri. Tanto per
raccontarvene una, quando lavoravo in Telecom ed avevo il turno di notte, i miei vicini di casa hanno creduto a lungo che per arrotondare il magro stipendio mi rotolassi in letti estranei al
talamo coniugale.
Nel regno di molto molto lontanissimo se non hai la macchina rischi di morire di stenti: il supermercato più vicino dista dieci chilometri. Il giorno in cui ho dimenticato di comprare il latte è
stato il primo della mia lunga esistenza nel quale ho progettato seriamente di darmi fuoco.
Per accaparrarsi un filone di pane è necessario attendere pazientemente contornati da villeggianti isterici (nella stragrande maggioranza romani). Così, mentre aspetti che la
fornaia smetta di informarsi se la figlia della cugina della cognata della zia di Mariuccia ha finalmente “sgravato” il quinto figlio, quanto è durato il travaglio, quanto pesa il pargolo e se il
marito ha assistito al tutto oppure giace ancora svenuto nell’anticamera della sala parto, echeggiano nell’aria leggiadri commenti a mezza bocca: “ Ahò! Se nun la finite de raccontà ‘ste
stronzate er pane se secca! E suuuuuuu, che c’avemo ‘na fretta der diavolo!”.
E già, perché il romano, o l’animale metropolitano in genere, ha fretta anche in vacanza. Corre, sempre. Corre, chissà dove, chissà perché. Corre perché non sa fare altrimenti. Nei piccoli paesi
la vita è un’estenuante moviola che ai cittadini ingrigiti da secoli di fretta forzata fa girare le balle in modo vorticoso. Questione di abitudini, ovvio. Forse è il mio sangue rurale che
parla ora, ma fra il correre incessantemente e aspettare qualche minuto in più per comprare un chilo di pane io scelgo decisamente la seconda soluzione.
Il regno di molto molto molto lontanissimo dista soltanto duecentotrenta chilometri da Roma, ma è un mondo a sé stante orfano di negozi e uffici, dove prendere la linea con il cellulare
comporta una sofisticata opera di posizionamento nell’unico punto servito dal ripetitore, dove il collegamento internet è una diavoleria avveniristica, dove è buona norma non avere mai un infarto
perché il primo ospedale è a venti chilometri di distanza.
Se hai bisogno di pagare un conto corrente basta scendere a valle e raggiungere la cittadina più vicina: cinque minuti e il gioco è fatto. Nell’ufficio postale non trovi mai fila e lo
sportellista è di una cordialità commovente. Se riesci a sopportare dieci minuti di ciance gratuite sul fatto che non esistono più le mezze stagioni, andare alla posta è un momento di folle
ricreazione. Peccato che l’impiegato non disponga di ulteriori argomenti di conversazione.
Considerazioni del genere: “Oggi ho impiegato mezz’ora per trovare parcheggio, capita anche a lei?” non fanno parte del suo repertorio. Non potrebbero mai, beato lui. Varrebbe la pena trasferirsi
in provincia anche soltanto per beneficiare di strade libere e un’ ampia scelta di parcheggi disponibili, perché non è vero che le grandi città offrono più soluzioni di divertimento, perché la
noia è un atteggiamento mentale totalmente estraneo all’indirizzo di residenza.
Spesso e volentieri ci si sente molto più soli in una città che conta due milioni e mezzo di abitanti che non in un piccolo centro dove c’è ancora la voglia e il tempo per fermarsi a fare due
chiacchiere. Qualche volta mi piacerebbe che a risvegliarmi fosse il muso di Lucky, uno dei cagnolini di razza nana che popolano il regno di molto molto molto lontanissimo. E invece a
scuotere il mio sonno è il rumore convulso di una città già incazzata al primo sbadiglio dell'alba e il sapore fastidioso di una fretta che non mi abbandona mai.
PS: Quello che ho fatto durante le vacanza ve lo racconto la prossima volta. Dubito che la piattaforma Splinder supporti post tanto lunghi. O meglio, dubito che riuscireste voi a
sopravvivere alla lettura soltanto di un altro rigo. Come darvi torto?