Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
Mio padre conta quasi 72 primavere. In pensione ormai da qualche anno, è purtroppo affetto da pesantissime patologie.
Ritrovarsi a sopportare l’ossigeno terapia, la prescrizione di oltre 15 farmaci e una dieta nazista ha spelacchiato senza rimedio la sua criniera da vecchio leone. Ne soffre da matti, è
naturale, ma non si arrende lui.
Il regno di molto molto molto lontanissimo lo distrae da tutti i suoi gravi acciacchi. Lì, incarna ancora ciò che lui intende per essere un uomo: alzarsi all’alba e dissolversi nel
nulla sperimentando così i sistemi più efficaci per infartuare i membri dell’attuale e futura generazione. Nelle sue fughe mattutine ara la sua adorata piantagione di 2.500 noci da legno (e già,
grandinate epiche o incendi risolutivi a parte, la staccata è potenzialmente un’ereditiera), traffica nel garage dove modifica geneticamente trattori e motoseghe, si disperde nei meandri di uno
smisurato orto. Verso le 8:00, puntualmente, qualcuno della famiglia va a controllare se fa ancora parte di questo mondo, o se per caso giace per sempre sepolto dai fiori di zucca.
Quando si allontana di casa non avvisa anima viva, ma per carità! Ne andrebbe della sua reputazione di maschio che non deve chiedere mai. Così, scattano le scommesse: il vecchio leone è
andato a caccia di cinghiali, a sradicare una quercia, oppure a scannare le pecore? Ovviamente il terrore che una di queste rilassanti attività riesca un giorno o l’altro ad ucciderlo non ci
abbandona mai. A casa nostra il Prozac scorre a fiumi.
Il suo concetto di riposo si risolve nell’imbarcarsi in occupazioni che stroncherebbero le funzioni vitali di un ventenne in ottima salute. Ma lui, che se non si spara la sua dose quotidiana di
ossigeno rischia di soffocare, in questo modo si sente ancora vivo. Armato di un’asse di legno e una pialla, partorisce capolavori che farebbero singhiozzare d’invidia Geppetto nella sua forma
più smagliante. Come un novello Leonardo da Vinci, nel fissare un ciocco di noce vede già il profilo di una panca a dieci posti, di un tavolo da biliardo, di un lampadario rustico con
applicazioni in ferro battuto, di una portaerei. Uno scalpello, qualche giorno di forsennato lavoro in un delirio di trucioli e segatura, e il gioco è fatto.
Inciampa per caso in un cumulo di mattoni e tira su in relativa scioltezza una casetta per i giochi dei nipotini, una villa bifamiliare con tripli servizi e scala esterna, una torretta di
avvistamento nemico per un’eventuale scoppio della terza guerra mondiale. Se scova al mercatino delle pulci un trattore semi sfasciato, con dieci Euro e una settimana di tempo lo
trasforma in una sofisticata macchina agricola con angolo bar e aria condizionata.
Lui è Mike Delfino, giusto un filino più rugoso, e non fa nulla per nasconderlo: dategli un cacciavite e vi solleverà il mondo.
Perciò, da circa un lustro, lui e mia madre all’affacciarsi della primavera salutano il Colosseo e si trasferiscono nelle Marche. Tornano a Roma soltanto in inverno, quando il regno è funestato
da temperature siberiane e neve perenne. Allora cominciano i dolori: papà sprofonda in uno stato catatonico. La città lo deprime, perché non ha più niente da regalargli. Tutti i suoi più cari
amici se ne sono andati prematuramente e non trova nulla da fare in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Diventa insopportabile, abulico, nervoso a livelli insostenibili. In poche parole:
defenestrabile.
Si alza non prima delle 9:00 del mattino, orario improponibile per uno stacanovista come lui. Si trascina nell’universo con l’atteggiamento di un vecchio pellerossa in cerca di una verde prateria
dove farla finita una volta per tutte; si incolla alla televisione ciucciandosi le repliche della Signora in Giallo o le televendite di miracolosi anticellulite. In sostanza: all’ombra der
Cuppolone mio padre muore ogni giorno, un pezzetto alla volta.
Nel regno di molto molto molto lontanissimo si uccide di fatica, ma nutre la sua mente di effimera giovinezza. Questo lo fa andare avanti, a dispetto di qualsiasi ragionevole raccomandazione
medica. Perciò, mia madre si rassegna a vivere nove mesi l’anno in un luogo che la sradica totalmente da una vita cittadina alla quale non rinuncerebbe per niente al mondo. Ma per lui si
sacrifica, e questa è una prova d’amore incondizionato che pochissime donne riuscirebbero a sostenere senza tentare almeno una volta il suicidio.
I tipi che mi hanno messo al mondo sono come due vecchie piante intrecciate in radici comuni. Si contendono l’acqua e la poca luce ancora disponibili, in un circo perenne di liti furiose e
riappacificazioni, ma dall’uno dipende la sopravvivenza dell’altra. Separati, finirebbero con lo spegnersi per sempre. Dopo 41 anni di convivenza, se non discutono ogni trenta secondi la notte,
poi, non riescono a prendere sonno. Ma continuano a dormire nello stesso letto, da sempre. Fanno sogni più o meno sereni, abbracciati forse. Io questo non posso saperlo. E non so neanche se
invecchiando si sogna ancora, mi piace sperare che sia così.
Da piccola adoravo il regno di molto molto molto lontanissimo, da adolescente decisamente meno (ma questa è una storia che racconterò più avanti). Ora lo detesto con la ferocia che soltanto una
figlia egoista è capace di tirar fuori. Sono gelosa di quel mondo incantato che rapisce i miei genitori. Saperli così lontani mi fa stare male non soltanto per la distanza logistica, ma per il
loro dimenticarsi di tutto il resto, spesso anche di me.
Sono sempre preoccupata che mio padre si fracassi la schiena scivolando giù da una scala, (situazione, peraltro, che si è già verificata un paio di volte), o che possa sentirsi seriamente male.
Comprendo la sua voglia di aggrapparsi in ogni modo alla vita, ma temo che tutto ciò finirà con il farlo secco. Mia madre non ha la patente e in ogni caso l’ospedale è molto distante. In paese ci
sono soltanto due/tre giovani che potrebbero intervenire, ma naturalmente lavorano e non posso sperare che siano presenti in caso di necessità.
Posso perciò confidare soltanto nella buona sorte e augurarmi che quel vecchio (indiscutibilmente folle) leone se la cavi ancora per moltissimo tempo. Lui continua a rispolverare ogni giorno la
criniera e a ruggire, anche se in modo sempre più debole e sconclusionato. Amo la sua dannata ostinazione anche se, a dirla proprio tutta, certe volte avrei voglia di strozzarlo. Ma
sopravvivrebbe comunque alla morsa delle mie mani esasperate, ne sono certa. E ciò mi consola, visto che forse gli somiglio molto più di quanto mi piaccia pensare.