Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
Sono stati sufficienti due giorni per fare di lui un drogato. Due pidocchiose giornate ed era già strafatto di
PSP. Al terzo giorno… No, non è resuscitato. Gli ho revocato la licenza di gioco, sapevo benissimo che sarebbe andata così, per questo non ho mai voluto che mettesse le mani sui
videogames. Intendiamoci: non sono un animale preistorico, né demonizzo in senso assoluto la play station: a piccole dosi tutto si può e si deve fare. Ma Superboy è estraneo al concetto di
limite, non riconosce l’autorità di nessuno, non l’ha mai fatto, ultimamente più che mai. Ciò non significa che è cresciuto allo stato brado, ma semplicemente che fatico come una bestia per farmi
ubbidire… Sì, lo so che questa frase è al primo posto nella top ten dei luoghi comuni mammeschi, ma per una volta tanto peccherò di scarsa originalità.
Lui pensa di fregarmi, così come fanno i figli adolescenti, ci prova da quando è nato. Ieri gli è anche
cresciuto un brufolo sulla fronte. Lo ha rimirato allo specchio, compiaciuto. Mi ha chiesto: “Ma sarà l’adolescenza?” Ha ubbidito alla regola si gioca per mezz’ora, non un secondo di più
solo il primo giorno, per tenermi buona. Al secondo ha già fatto i capricci. Al terzo ha dato di matto, una scenata che avrebbe fatto singhiozzare d’invidia Eleonora Duse. Ha lanciato oggetti,
gridato come un ossesso, sputato al padre. Sì, avete letto bene: ha sputato al padre, proprio come un drogato in crisi d’astinenza.
Il dolcissimo bambino che mi scrive lettere d’amore, che ci invita sempre ad un abbraccio a tre perché noi
siamo una bella famiglia, quello che un tempo chiedeva le cose per favore, salutava tutti e ringraziava dieci volte se gli davo un bicchiere d’acqua, ha sputato a suo padre. Ma non è tutto:
ho scritto “un tempo” perché recentemente il suo cervelletto ha smagnetizzato le regole più rudimentali del buon vivere. Superboy è sempre stato un bambino difficoltoso su mille fronti, uno che
ha sempre precorso i tempi e ci ha costretto a situazioni che i genitori di bimbi della sua età non riuscivano neanche ad immaginare, ma perlomeno era educatissimo. Tentava di svicolare le regole
con un fare da simpatica canaglia, sempre con il sorriso sulle labbra, con una scarica strategica di baci assassini che avrebbero steso al tappeto qualsiasi mamma. Non vinceva lui, è
chiaro. Ma perlomeno i suoi sforzi di riuscire a fare il cacchio che gli pareva erano in qualche modo simpatici.
Ora ci risponde con un’arroganza che mi fa voglia di prenderlo violentemente a pugni su quel bel musetto. Non
lo faccio, ovvio. Ma l’impulso c’è, e la questione inizia ad essere inquietante. Il peggio è che fa il galletto anche con altri adulti. L’ha fatto anche ieri sera, durante una cena fra amici. A
dirla tutta a quel cinquantenne mentecatto che vaneggiava di regole ridicole avrei risposto male anch’io. Ma io ho quarant’anni, non sei. Divagazioni a parte: ultimamente scambierei
volentieri quel tappo adolescente con un branco di orsi bianchi a digiuno. No: il figlio brufoloso e isterico con sette anni d’anticipo no. Nun se po’ regge!
Al prossimo che cinguetta: “Uuuuuuuuuuuuh! Ma quanto è sveglio tuo figlio! Sembra tanto più grande della sua età!” giuro che gli sputo in faccia. Sì, perché le brutte abitudini quello zotico di
mio figlio dovrà pur averle ereditate da qualcuno. Come ho scritto nel post precedente “Il DNA non è segatura!”
Mamme tutte, vi prego: aiutatemi. Se anche voi vivete una situazione analoga alla mia, fate coming out. Ditemi che non sono la sola, mentite se necessario, ma regalatemi un raggio di
solidarietà. Posso reggere ancora un paio di giorni, poi firmo quel benedetto modulo di iscrizione al carcere minorile e chi s’è visto s’è visto…