Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
Mi riaffaccio al mio adorato diario di bordo dopo settimane di assenza per raccontarvi l’ennesima impresa che andrà a rimpinguare il mio già nutrito curriculum di madre
degenere.
Domenica scorsa Superboy è stato invitato alla festicciola di compleanno di un bimbo adorabile per il quale nutre un affetto illimitato. Il mio piccolo
aspettava con ansia di fare gli auguri al suo amichetto e di demolire il Mc Donald’s a colpi di hamburger supportato dagli altri compagnucci di merende.
L’evento era previsto per le 17:30. Arriviamo al Mc con il nostro bel regalino con cinque minuti di ritardo. Una volta entrati, vedo che anche gli altri
genitori non erano stati puntuali poiché aveva tutti su i cappotti. “ Meno male!” ho pensato io, che solitamente sono di una precisione maniacale.
Meno male un paio di ciufoli! Gli altri erano già vestiti non perché erano appena arrivati, ma perché se ne stavano andando via. La festa finiva alle 17:30. Sull’invito c’era scritto “Dalle 16:00 alle 17:30”, ma il mio microcefalo involuto ha registrato soltanto il dato finale. Ora, sorvolando per
il momento sulla mia idiozia, vogliamo ragionare su un piccolo dato di fatto? Perché accidenti scrivere quando finisce una festa di compleanno; non è più logico scrivere solo quando inizia così
da non confondere chi come me è già deficiente di suo?
Superboy si è aggrappato alle mie gambe e ha iniziato a disperarsi. In quel momento mi sono sentita la Regina del
Male Supremo e lui, portatore sano di madre demente, si è certamente sentito il bimbo più sfigato della Via Lattea. Pietrificata dal senso di colpa nonostante quello fosse il mio primo e unico
errore in sei anni, ero pallida come un cencio e singhiozzavo più di mio figlio.
Dopo qualche minuto il mio bimbo che non deve chiedere mai ha riacquistato i suoi poteri, si è messo a giocare con il festeggiato e ha preso a sbocconcellare
con noncuranza un panino. Per tutta risposta, a me hanno dovuto portare un bicchiere d’acqua. Soltanto dopo un quarto d’ora, e grazie all’intervento di una delle mamme che a tempo perso fa la
psicologa, sono riuscita a scuotermi dalla catalessi.
La mamma del festeggiato trova una geniale soluzione: “Perché non fai venire Alessandro a giocare a casa nostra?”. Avrei potuto tamponare così il mio errore,
non mi sembrava vero! Arrivati sotto casa di Andrea, però, l’agghiacciante scoperta… I suoi genitori dopo la festa avevano un impegno di lavoro, perciò sarei dovuta rimanere in casa con la nonna
del bambino e suo fratello.
“Vabbe’…” direte voi “Qual è il problema?”Un tipo socievole come te che si spaventa di fronte alla prospettiva di trascorrere un paio d’ore in compagnia di
estranei? Effettivamente no, in condizioni normali non ci sarebbe stata alcuna difficoltà. Però Dio, che ha voluto giustamente punirmi per il mio fatale errore, ha fatto in modo che quella
deliziosa coppia di anziani parlasse esclusivamente il rumeno.
E imparare il rumeno, purtroppo, è una voce ancora da depennare nella lista delle tante cose che mi piacerebbe fare, proprio accanto alle lezioni di flauto di
pan e quelle di decoupage.
Quelle due ore sono state in assoluto le più imbarazzanti della mia vita. Andrea, troppo preso dai suoi giochi con
Superboy, si è rifiutato di farci da interprete. Ci siamo arrangiate alla meglio, io e la nonnina, ma dopo un paio di convenevoli espressi in una sorta di esperanto rumeno-romano, ci siamo
trovate a corto di argomenti. Ci fissavamo con ebeti sorrisini di circostanza sedute sul pizzo del divano. Io sono stata colta dai miei consueti attacchi di prostatite acuta e ho chiesto di
andare a far pipì ogni quarto d’ora. Così nonna Aurelia avrà pensato nella migliore delle ipotesi che fossi una pisciona, nella peggiore che andassi a tirare coca in bagno per reggere
quell’insostenibile situazione.
Mi ha offerto un trancio di torta ignorando il mio disperato tentativo di spiegarle che io detesto i dolci, mi ha versato una bevanda zuccherosa che ovviamente
non sono riuscita ad identificare ma è la primaria causa di coma diabetico, mi ha in qualche modo raccontato le gesta dei suoi trisavoli e descritto l’albero genealogico della sua famiglia. Io
facevo sempre di sì con la testa, come una di quelle bamboline hawaiane che fanno bella mostra di sé sul cruscotto dei camionisti.
Il fratello di nonna Aurelia, imbarazzato quanto e più di noi, se l’è cavata accendendo il televisore e guardando i risultati del campionato di calcio rumeno.
Sono così venuta a scoprire che “Bumbardati cum zapatera” significa che dei tifosi inferociti armati di zolle di terra hanno crivellato di colpi una squadra di giocatori, ma i motivi di tale
sconsiderato gesto mi saranno per sempre sconosciuti.
Arrivato l’agognato momento di tornarcene a casa, ho salutato con calore la nonnina e suo fratello i quali hanno tirato un sospiro di sollievo che avrebbe
fatto saltare in aria la casetta dei tre porcellini. Il lupo cattivo sarebbe stato invidioso della potenza del loro fiato.
Quei due gentilissimi anziani sono stati lieti che la demente pisciona presunta cocainomane lasciasse finalmente casa loro. L’ho intuito dal fatto che sono
partiti dei fuochi artificiali nel loro giardino, ma potrebbe essersi trattata di una banale coincidenza.
Morale della
favola: mai sbagliare l’orario di una festa di compleanno se non si parlano le lingue.
Nota importante: andare in edicola per accaparrarsi le dispense de “Il
rumeno per tutti”. Andrea e Superboy sono grandissimi amici, meglio prevenire che curare. Credo di aver capito che Nonna Aurelia venga spesso a trovare il nipotino in Italia. Credo, ma visti i
problemi di comunicazione probabilmente in quel momento la nonna mi stava cordialmente mandando a morire ammazzata, chi può dirlo?