Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"

Qualcuno di voi mi ha giustamente domandato: ma che cavolo di fine hai fatto? Sei forse stata sequestrata da
un branco di Talebani? Hai vinto un paio di milioni di euro al gratta e vinci? Hai scovato un focoso amante venticinquenne e te lo stai spupazzando alle Maldive? Hai finalmente trovato i soldi
per fare quell'operazione ai glutei che tanto sollievo darebbe al fondo dei tuoi jeans costretti a contenere l'insostenibile?
Nulla di tutto ciò, magari!
Sono stata semplicemente incasinata, un tantino più del solito. Il che significa praticamente non avere il tempo neanche per lavarmi i denti.
Dovrei decidermi a farlo, prima o poi. Troppo spesso chi mi orbita attorno mi chiede se voglio una mentina, e non credo lo faccia per generosità... Nell’ultimo articolo che ho postato annunciavo
il mio intento matto e disperatissimo di partorire un romanzo in meno di quattro mesi. Neanche gli scrittori veri ci riescono, figuriamoci se potevo riuscirci io! Ma ho comunque fatto un
tentativo ed ero quasi riuscita ad arrivare al termine: mi sono impegnata seriamente, rubando qua e là spazi di tempo in realtà inesistente, rinunciando ad attività indispensabili quali il
dormire o il mangiare in modo decente. Ho scritto 23 capitoli in meno di due mesi, azzannando wurstel crudi o ingurgitando scatolette di tonno al volo mentre continuavo a picchiettare
incessantemente sulla tastiera. Mancavano soltanto 7 capitoli alla fine, avrei potuto teoricamente farcela.
Ho sottratto ore preziose di sonno al mio sacrosanto riposo notturno, ho dimenticato per settimane di comprare il latte, ho mandato all’aria amicizie secolari, ho ricevuto un mandato di
comparizione da parte dei miei genitori, preoccupati della mia assenza ingiustificata al rituale pranzo della domenica. Tutto ciò mentre continuavo a
lavorare e a prendermi cura di bazzecole quali il domare un figlio a tratti ingestibile, il lustrare la Casa Bianca che farò prima o poi esplodere in un atto di solidarietà per la mia schiena
devastata dalla disperata lotta quotidiana contro i pericolosi nemici dell’igiene, l’occuparmi di attività accessorie quali lo spesone bisettimanale e lo stirare cataste di panni che ricrescono
come la minestrina. Poi, il tracollo. No, non ho avuto un ictus, ma un grave problema familiare (fortunatamente in qualche modo superato) che mi ha mandato in tilt. Ho sfilato la divisa di Wonder
Woman, ho attaccato la penna al chiodo e mi sono riappropriata della mia vita. Ho affrontato un periodo di enorme preoccupazione a causa di una questione che avrebbe indebolito anche l’ottimismo
più frenato, cercando di soffocare la voglia di piangere e di maledire la sfiga che ormai da mesi è diventata una mia fedele, scomodissima compagna. Di fronte a certe situazioni bisogna spegnere
i sogni e affrontare la cruda realtà: la priorità assoluta è e rimarrà sempre l’affrontare i problemi del quotidiano, per vincere il premio letterario del secolo basterà attendere tempi
migliori.
Oggi sono di nuovo qui, ad imbrattare queste pagine virtuali di amenità perché nonostante tutto non ho ancora perso la voglia di sorridere e di raccontarmi. Ma la domanda sorge spontanea: quando
il Buon Dio distribuiva la jella, mi sarò forse messa in fila più volte senza rendermene conto? La prossima volta starò più attenta, certe distrazioni costano care…