Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"

A casa mia è scoppiata una pandemia di influenza multi task, così non ci annoiamo. Tre diversi ceppi, uno per
ogni componente della famiglia. Sospetto che ne esista un quarto, in giardino non c’è più traccia delle tartarughe. Forse sono in letargo ma, se solo riuscissi a trascinarmi al piano terra senza
rotolare giù per la scala, sono certa che le ritroverei mocciolose e agonizzanti sotto i cespugli di salvia.
Superboy ha l’otite, la febbre alta e il deliro a intermittenza, Papy una tossaccia da fumatore incallito, io ho iniziato con un simpatico mal di gola che è poi sfociato in un raffreddorone epico
e quindi in una sinusite che mi fa sragionare, più del solito. Di questi tempi certi scenari apocalittici sono piuttosto comuni; nei blog mammeschi è tutto un “non dormo da 15 giorni, ho il
bambino/a a mo’ di ciste in braccio, per pietà che qualcuno venga a scrollarmelo di dosso altrimenti mi butto sotto a un tir!”
Vi risparmio perciò i particolari per non tediarvi inutilmente e, soprattutto, per non far scattare la gara del “stiamo peggio noi” o commenti del genere: “Eeeeeeeeeeh! Ma di che ti lamenti, tu?
Io ho il bambino che sta male un giorno sì e quell’altro pure! Tu sì che sei fortunata, che il tuo non si ammala mai!”
Sì, a costo di far scattare l’invidia del web in toto, dichiaro con spudoratezza che mio figlio si ammala difficilmente: a differenza dei suoi coetanei perennemente in lotta
contro bronchiti croniche e influenza ogni due per tre, è rarissimo che finisca a letto con la febbre. Secondo le ultime geniali disposizioni della Gelmini sulle ripetute assenze,
per lui perdere l’anno scolastico costituisce un’eventualità assolutamente fantascientifica.
Anch’io contraggo l’influenza in media ogni cinque anni, ma con un tempismo assolutamente agghiacciante: esclusivamente quando si ammala mio figlio, e sempre con una violenza inaudita, così la
mia missione di crocerossina mi regala quel pizzico di brivido in più che colora la vita di noi madri.
Fra uno starnuto e l’altro, un semi svenimento, un attacco di dissenteria e un accenno di vomito, sono comunque felice. La Staccata è felice, e perché mai? Perché da tre giorni a questa parte
posso godere di una felice rentrée. Il mio delizioso bambino, quello affetto da un pizzico di sano complesso edipico, quello che mi abbracciava regalandomi il sorriso assassino al quale sono
perdutamente assuefatta, quello che qualche forma aliena aveva rapito per resettargli in cervello trasformandolo in un essere insopportabile e riottoso, è temporaneamente rientrato alla
base.
Preciso temporaneamente perché non so se questo stato di grazia perdurerà, ma al momento mi piace sperarlo. Ieri mattina, erano circa le sei e mezza, alla decima volta in cui l’ho preso in
braccio per accompagnarlo in bagno, visto che non si reggeva in piedi, mi ha preso il viso fra le mani e mi ha sorriso. Era un bel pezzo che non lo faceva, non in quel modo. Poi, con una vocina
roca, ha sussurrato: “Mamma, mi dispiace darti tutto questo disturbo. Sono uno strazio, lo so. Ma sono taaaaaaaaaaaanto malato!”
Il dubbio che mi assale è questo: Superboy è veramente tornato, oppure è soltanto una piccola, adorabile, canaglia opportunista?