Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"

Oggi una mia carissima amica ha pubblicato questo articolo vergognoso sulla sua pagina
Fb: http://www.giornalettismo.com/archives/117654/la-gelmini-esclude-i-disabili-dai-giochi-della-gioventu/
Non commento come farebbe La Staccata perché lei è pericolosamente diretta, soprattutto quando è imbufalita come in questa circostanza. Allora faccio rispondere Luana. Lei riesce a
mantenere la calma persino di fronte all' ennesima notizia di uno Stato che colpisce a morte i bambini. Questo racconto è uno dei tanti che custodisco nella memoria del mio PC. Lo
considero come una replica piuttosto civile. Vorrei che la geniale Ministra lo leggesse, ma dubito che ne coglierebbe il senso. La gente come lei è senza speranza.
IL SOLE
Eccolo correre.
Mio figlio, tutta la mia vita, si muove felice sulle gambe esitanti. Gambe incerte, che spesso inciampano nell’affanno di un'esistenza complicata, ma che non si arrestano mai.
“Va tutto bene, signora. Tutto bene. La gravidanza procede al meglio, suo figlio è sanissimo. Non si preoccupi, possibile che voi madri siate sempre così ansiose?”
Questo mi disse il dottore dodici anni fa. E io smisi di preoccuparmi, continuai serena la gravidanza, accarezzai felice il pancione, mi trovai ogni giorno a sognare di lui.
Avevo immaginato il meglio per il mio bambino. Sognavo quello che sognano tutte le madri: l’amore, gli amici, la laurea, un lavoro sicuro, i nipotini. Semplicemente la vita.
Me lo misero in braccio un’ora dopo la nascita, il mio figlio sano. Non capivo il perché di tutto quel ritardo. Mio marito aveva pianto, Nessuna gioia nelle sue lacrime. Taceva, non riusciva
a guardarmi negli occhi. Lui, così uomo, sembrava un bambino spaventato.
“Che c’è? Maledizione! Che c’è? Perché nessuno mi dice nulla?”
Ma non c’era bisogno di parole. Guardandolo, capii da sola cosa avesse il mio figlio sano. La migliore, forse, fra le disabilità, la più semplice da affrontare. In fondo è
solo un cromosoma in più. Si, un qualcosa in più, che però gli avrebbe tolto tanto.
I suoi dolcissimi occhi a mandorla mi fissavano, stupiti, mentre si attaccava con forza al mio seno, quasi a domandarmi il perché. Succhiava via anche il mio dolore, la mia angoscia, la mia
rabbia, ma sembrava non accorgersene.
Ignaro, inconsapevole, innocente, sorrideva sempre. L’avevo protetto per nove mesi e non sapevo come avrei trovato la forza di difenderlo per il resto della sua vita.
In quel momento litigai con Dio, per la prima volta.
Non ho ancora trovato la pace. Nel cuore di chi non perdona non esistono angoli di serenità, ma solo brevi onde di sopravvivenza.
Ho però imparato ad essere una madre sufficientemente brava. E’stato Federico ad insegnarmi cosa fare, è grazie a lui che oggi l'angoscia mi regala morsi meno dolorosi.
Solo, contro chi lo fissa con curiosità perché lui è diverso, non ha mai paura. Lui sa difendersi. Federico è bellissimo, perché bella è la sua anima. E’ forte, non ha quasi bisogno di
me. Non si spaventa, lui. La vede la cattiveria, ma se ne tiene lontano.
Si è scelto dei buoni amici. E’ bravo a scuola perché gli piace studiare e non gliene frega niente se non capisce subito le cose. Poi le capisce, e allora viene di corsa da me, mi sventola sotto
il naso il suo quaderno pieno di scritte colorate. Mi mostra il suo mondo. Lo infilza con forza nei miei occhi, nel cuore.
“Queste sono le pagine del sapere, mamma. E io capisco mamma, piano piano, ma imparo. Non è fico ?”
Lui mi regala ogni giorno un tesoro di gioie diverse, con semplicità, senza ansia, senza timore. E’ intelligente in un modo speciale, dolce, buffo col suo linguaggio unico, divertente,
col suo sapere più di tanti altri che credono di conoscere tutto, ma non capiscono niente .
Non prenderà mai la laurea, non mi darà dei nipotini, non avrà mai una ventiquattrore per andare a lavoro, non vincerà un premio Nobel, non eccellerà mai nello sport. Mai.
Ma lui oggi corre, felice, assieme ai suoi amici. So che non vincerà questa corsa e non ne vincerà tante altre. Corre, comunque, perché gli piace, e non gliene importa nulla di
perdere.
Gli occhi splendenti, la maglietta sudata, i capelli arruffati, il viso felice, corre immerso nella luce. Perché il sole è uguale per tutti, anche per chi non è destinato a trionfare, per chi è
sempre costretto a rimanere indietro.
Oggi lui sfida il sole con il suo sorriso più bello. Brilla di gioia, la sua anima è più forte di tutto. E ride, raggiante, perché corre assieme agli altri, non contro gli altri.
Assieme. Ogni tanto si volta a cercarmi fra i volti di tutte le mamme, e quando i miei occhi gli dicono che ci sono ricomincia a correre, più forte di prima.
E’ splendido quando mi chiede, ancora affannato, se è stato bravo.
“Si amore, sei stato bravo, sei stato bravissimo…”.
Sono sicura che avrà sempre la forza di correre, anche senza di me. Sono fiera del fatto che nulla riesce mai a smorzargli il sorriso.
Lui mi aiuta in quei momenti terribili in cui non ho la forza di far finta di nulla e piango silenziosa, da sola, sconfitta. Debole. Federico, che è molto più adulto di me, mi asciuga il viso e
mi chiede perché mi fa così male il cuore. Io non so cosa rispondere, ma lo abbraccio forte. Respiro il suo amore e ritorno in un attimo sua madre.
Sono orgogliosa di lui, del mio figlio speciale, che annega le mie lacrime nella gioia, che mi ha insegnato più di quanto io non potessi insegnare a lui. Mi ha spiegato come si
vive, mio figlio.
Federico, che corre nel sole.