Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
Devo imparare a stare zitta… Beh, nel mio caso è un’impresa matta e disperatissima ma, con un
briciolo di applicazione e un robusto bavaglio forse ci riesco. Ieri mi è capitato un po’ come quando dico: “ Mio figlio non si ammala mai”. Tempo dieci minuti e gli viene la febbre a
quaranta.
Ricordate che un paio di post fa ho sconsideratamente dichiarato che dispongo di una suocera deliziosa? Ecco.
A mia suocera è venuta la febbre a quaranta. Causa? La nonnite, malattia diffusissima che sta facendo lavorare alacremente i migliori ricercatori nel campo. Ma non ne vengono a capo. La nonnite è
una patologia inesorabile, che causa danni irreversibili anche alle menti più brillanti. Non c’è speranza di guarigione. Punto.
Superboy ha riportato a casa una pagella imbarazzante, nell’accezione più nobile del termine. L’ho abbracciato
con affetto, ripetendogli almeno cinquecento volte quanto fossi orgogliosa di lui. Ha beccato un otto in condotta, ma è stato il giudizio più basso. Naturalmente ho sorvolato, anzi. Conoscendolo
pensavo che avrebbe preso al massimo sette. Ho evitato di comportami come faceva mio padre il quale, di fronte a un nove, era capace di dirmi: “ Ma non potevi prendere dieci?”
Se prendevo dieci borbottava: “Ma non potevi prendere undici?”
“Papà, undici non esiste.”
“Dettagli…”
Arrivo al punto… Al ritorno da scuola, il nano si è precipitato dalla nonna per fargli leggere la pagella. Dieci secondi dopo, lei ha pronunciato la frase che temevo di più:
“L’amoooooooooooooooore di nooooooooooooooooonna! Ma che bravo che sei stato! Adesso nonna ti dà…”
“E no, Gabriè. Ar pupo nun je dai gnente” le ho sussurrato fulminandola con lo sguardo. E già, quando sono contrariata l’anima capitolina emerge tutta.
“Ma cooooooooooooooooooome? E’ stato così braaaaaaaaaaaaavo!”
“Sì, è stato bravo. Ma i soldi no. Per favore no.”
Io non ho mai adottato la tecnica del “se fai il bravo ti compro questo”, neanche quando mio figlio avrebbe preferito gironzolare sul ciglio di un vulcano attivo piuttosto che ubbidire. Datemi
dell’estremista, però ritengo che i meriti dei figli non si premino con i soldi, ma dimostrando loro la massima approvazione quando ottengono dei buoni risultati. E per “risultati” intendo anche
successi come vincere la paura del buio oppure dominare la rabbia quando le cose non vanno per il verso giusto. Quando Superboy mi regala risposte positive in questo senso, lo elogio e sottolineo
con il massimo affetto quanto sia orgogliosa di lui. Certamente non gli regalo dei soldi. E poi la nonna non parlava di una mancetta, ma di trenta Euro. Trenta Euro? Ma scherziamo? E se putacaso
decidesse di frequentare l’Università, al primo 30 e lode cosa gli regaliamo? Il Colosseo?
L’ho ringraziata per la generosa offerta, ma l’ho pregata di non dargli quei soldi. Quindi sono salita al piano di sopra per preparare la cena e Superboy è rimasto dalla nonna con il papà. Dopo
mangiato, mio figlio adocchia un paio di banconote che avevo distrattamente lasciato su una mensola del soggiorno. Fatalità erano proprio trenta Euro.
“Mamma, questi li metto nel salvadanaio. Sono miei.”
“Ale, in che senso sono tuoi? Quei soldi sono di mamma. Ho dimenticato di metterli nel portafoglio…”
“Ma no... Quelli sono i soldi che mi ha dato nonna perché sono stato bravo a scuola!!!”
Mi giro verso mio marito in cerca di spiegazioni. Di ottime spiegazioni, possibilmente. Ma veramente ottime: avevo un coltello in mano. Lui mi annuncia serafico che durante la mia assenza è
giunto a un patteggiamento con la madre. Mio figlio doveva comunque essere premiato, ma con cinque Euro. Peccato, però, che a Superboy piacesse di più l’idea di accaparrarsene trenta.
Chiamalo fesso…
Risultato? Ho dovuto combattere non poco per convincerlo che quei trenta Euro fossero miei. Gli ho ribadito che la sua pagella era fantastica, che ero contentissima del risultato perché ciò
significa che andare a scuola gli piace. Ma gli ho anche detto che il mio affetto prescinde dai suoi risultati scolastici, e che ricevere dei soldini è un regalo che ha voluto fargli la
nonna(argggggggh!) , ma ciò non implica che ogni volta che riporterà a casa dei buoni risultati dovremo mettere mano al portafoglio. Dubito che abbia capito, e di questo devo
ringraziare mia suocera, che è sì deliziosa, ma è purtroppo affetta da nonnite.
A me non interessa particolarmente quanti nove mi riporta a casa, ma sono chiaramente fiera di constatare quanto sia innamorato dello studio, quanto immensa sia la sua curiosità e soprattutto
come sia piacevole per lui andare a scuola. Quando lo vado a riprendere raramente gli domando: “Che cosa hai fatto oggi?” ma: “Ti sei divertito, tesoro?”
E lui mi risponde che sì, si è divertito molto. Poi mi molla un abbraccio distratto, mi lancia lo zaino e si mette a rincorrere i compagni di classe, a baciare tutte le maestre, a regalare
margherite alle sue due/tre “fidanzatine”, con quegli occhi infiniti che ridono sempre, e quella faccia da paraculetto che non fanno di lui un secchione, ma semplicemente un bimbo innamorato
della scuola.
E’ questo il mio più grande orgoglio, e sottolinearlo con il denaro mi sembra francamente inutile, oltre che diseducativo. Ma tant’è. Dalla nonnite non si guarisce, mi auguro di non
beccarmela mai. Qualora capitasse, e per allora fossi ancora in grado di raccontarmi in questo blog, vi prego: finitemi con un colpo alla nuca, senza esitazione. Vi autorizzo
io.