Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
Quando ho affacciato per la prima volta il muso in questa valle di lacrime, il tizio che mi ha dato il
cognome ha avuto uno shock anafilattico: il buon padre voleva un maschietto ma, ahimè, sono nata io.
Lievemente sollevato dalla maschia certezza che il frutto dei suoi lombi fosse proprio suo (io e papà
siamo fotocopiati), ma ancora contrariato dal fatto che il suo clone non avesse il pisello, quattro anni dopo nasce mia sorella…
"Oddio! Femmina pure questa!” ha esclamato, mentre infilava di malagrazia una veretta di diamanti al
dito di mia madre per ricompensarla delle sue fatiche. Di malagrazia perché, nonostante avesse appena affrontato un parto particolarmente difficile, non aveva fatto il suo dovere. E
sì, quarant’anni fa i padri, orfani di ecografia, potevano ancora godere dell’effetto Ovetto Kinder. E infartuare senza troppe remore, se la sorpresina non era di loro
gradimento.
Intendiamoci: mio padre ci adora, ma non ha mai superato del tutto la sindrome dell’erede maschio. Ci ha
cresciuto come il papà di Lady Oscar, uniforme da Capitano della Guardia Reale Francese inclusa. Ci portava a caccia, a pesca, a sciare a scapicollo sulle piste nere, a calcetto. Oggi sono
in grado di infilare un’esca all'amo senza dare di stomaco o di centrare un barattolo di pelati come il più abile dei cecchini. Dovete fare le tracce su un muro per un nuovo collegamento
elettrico? Contattatemi con fiducia: male e peggio alla mano, sarò da voi in pochi minuti inguainata in una tutaccia da capomastro. Prezzi modici ai frequentatori abituali di questo
blog.
Papà è un brav’uomo, ma è fermo all’età della pietra. Immobile, più che fermo. Pietrificato, appunto. Voleva
un maschio, è vero, ma quando le sue due figlie femmine si comportano “da maschi” andando a lavorare, tanto per dirne una, sfarfalla totalmente. Fare “i maschi” non è consentito, se non hai
il pisello.
Nel suo repertorio rientrano senza pudore frasi agghiaccianti spesso mixate nello stesso discorso in modo così incoerente che mi verrebbe voglia di stenderlo a bottigliate. Così, è in grado
di affermare che “L’Italia va a rotoli perché le donne adesso lavorano tutte”e due secondi dopo dire: “Che vuoi che sia se una donna va a lavorare incinta di otto mesi, oppure se
rientra in ufficio tre mesi dopo che è nato il marmocchio? Mia nonna Zena, pace all’anima sua, andava a lavorare nei campi due giorni dopo aver partorito.”
La mia bisnonna, pace all’anima sua, disponeva di uno stuolo di cognate, sorelle, vicine di casolare e/o semplici passanti che si occupavano dei pargoli mentre lei lavorava nei campi.
La società matriarcale oggi sarà anche un modello preistorico, ma comportava i suoi porci vantaggi. La mia bisnonna ne ha sfornati dieci di figli, e non ho idea di quanti ne abbia tirati su
realmente. Dubito persino che ricordasse tutti i loro nomi. Ma questi sono dettagli, per il mio illuminato genitore: all’epoca lavorare era un bisogno. Oggi, invece, lavorare è uno sfizio.
Il fatto che senza due stipendi a fine mese ti tolgono la casa è una quisquiglia di scarsissima rilevanza…
Ora. Papà io ti adoro. Ti ringrazio per avermi insegnato come si piastrella un pavimento o come si guida un trattore, ti ringrazio per tutti i baci che mi hai dato fra un colpo di fioretto e
l’altro, per avermi regalato la vita, per esserci sempre stato in modo affettuosissimo. Anche se tutto quello che ho scritto finora depone mortalmente a tuo sfavore, tu sei un uomo estremamente
affettuoso. Su certe questioni svalvoli in modo inquietante, ma sei comunque un buon papà, anche se non mi hai mai cambiato un pannolino perché quella è roba da donne.
Ti supplico: tu che sei tanto abile nei lavoretti di bricolage, trovalo un sistema per aggiustare quella sciagurata macchina del tempo e schiaccia il tasto per proiettarti nell’attuale
millennio. Sei anacronistico, sei irritante, sei misogino, sei obsoleto, sei un dannato capoccione fermo all’età della pietra, ma comunque ti amo tanto.
Però, giusto per precauzione, stai ben lontano da mio figlio quando spari certe minchiate. Anche lui ti assomiglia come una goccia d’acqua e, a differenza di me, ovviamente il pisello ce l’ha. Di
cavernicolo in famiglia ne basta uno, grazie. Non andiamo a sfrugugliare pericolosamente la genetica, se no un domani glielo spieghi tu a mia nuora perché Superboy non vuole cambiare i
pannolini.
PS Per tutte le “femmine” che dovessero passare di qui: insultate pure il tipo che mi ha donato la vita, se ne avvertite la necessità. Lo capisco, avete tutta la mia comprensione. Ma
ricordatevi anche che quel troglodita è pur sempre il mio papà, quindi siate delicate. Grazie!