Per chi, come me, ha iniziato a lavorare immediatamente dopo
aver conseguito il diploma l’ultima estate cazzeggiona, leggera e sregolata probabilmente è ferma all’epoca dei suoi diciotto anni o giù di lì.
Io ho sostenuto gli orali dell’esame di maturità il 14 luglio
del 1989 (il fatto che fosse il bicentenario della presa della Bastiglia spiega ciò che leggerete di seguito).
Studentessa brillante (ma non secchiona), candidata almeno ai
58/60, ho portato a casa uno striminzito 46/60, per cause che sto ancora cercando di appurare. Una che prende 9 allo scritto di italiano e 8 in quello di ragioneria dovrebbe matematicamente
accaparrare un voto superiore di almeno 10 punti, ma effettivamente non ho dimostrato grande maturità. Forse è per questo che mi hanno segato le gambe.
Dopo aver partorito due scritti di tutto rispetto, quindici
giorni prima degli orali ho dato letteralmente di matto. Forse per colpa del troppo studio, forse perché mi atterriva l’idea di “diventare grande”, forse perché dopo cinque anni ho realizzato
che l’Istituto Tecnico Commerciale mi faceva cagare oltremisura (io volevo frequentare il Liceo Artistico, ma il mio sensibile padre apostrofò la mia timida richiesta con un caustico:
“L’artisticooooooo? E che te metti a fa’? La madonnara per strada?” ) ma l’idea di presentarmi davanti alla commissione d’esame mi ha mandato fuori di testa. Perché, poi, visto che ero
preparatissima?
Mi alzavo alle 4 del mattino e, in mutande, iniziavo a
macinare chilometri avanti e indietro sul balcone blaterando frasi sconnesse sul genere: “Don Abbondio, maledetto te, dimmi dove stratacacchio hai nascosto il tomo sulla partita doppia
che devo ripassare il bilancio di Stato. Vigliacco, lo so che ce l’hai tu…Ti ho visto con un libro in mano. Tenevi pure il segno con il dito. Bastardo! Ora che cacchio le racconto a quella
di Ragioneria?” Fra parentesi, io all’orale portavo Italiano e Scienza delle Finanze. Ciò vi spiega quanto fosse irrecuperabile lo
sbrocco.
L’estate del mio diploma è stata in assoluto la più
allucinante della mia vita. Ho preteso di sostenere l’esame a porte chiuse, ho balbettato come una seienne impaurita nozioni che conoscevo fin dalla più tenera età, ho esitato persino di
fronte alla domanda: “Che tipo di romanzo è I promessi Sposi?” .
Silenzio.
“Insomma, signorina…
E’ un giallo, un thriller, una fiction forse?”
“Ehmmmm…Un romanzo
storico?”
“Alleluja!!!”
Ancora oggi il mio incubo più ricorrente è proprio l’orale
della maturità. Se penso che ho sostenuto quello di terza media mentre mangiavo il gelato (giuro su mio figlio che non sto scherzando) e che, prima che la commissione mi assegnasse un
meritassimo “ottimo”, i professori si sono alzati in piedi e hanno applaudito, singhiozzo come mio marito davanti al finale di Rambo.
Il mio miserando voto, però, non mi ha certamente precluso la
possibilità di trovare un’occupazione. Alcuni miei ex compagni di classe, diplomati con il massimo dei voti e pluri laureati con bacio accademico, mi risulta che stiano ancora cercando
lavoro. Io il 22 luglio (giorno del mio compleanno, fra parentesi) facevo già praticantato presso un commercialista. Eh sì, La Staccata è una ragioniera. O raggioniera, come si dice nel mio paesello. Ora non tirate fuori dal cilindro l’ormai preistorica battuta: “Tu? Ragioniera tu? Ma se non hai mai ragionato
in vita tua!” perché è soltanto un gradino sotto alle boutade da avanspettacolo.
Passiamo oltre.
Per motivi che ora non vi sto a specificare (troppo complessi,
non posso pretendere che con questo caldo riusciate a sciropparveli senza tirare le cuoia) ho sempre goduto di pochissimi giorni di ferie l’anno.
Le cose, neanche a dirlo, si sono complicate da quando sono
diventata mamma. Il dramma delle vacanze mammesche è noto a tutte, ed è stato circoscritto dall'illuminante termine “cacanze”, coniato da
una blogger strafamosa della quale non riesco assolutamente a ricordare il nome. Augurandomi che non me ne voglia, le rammento che le generalità di chi ha sfornato le più geniali
invenzioni nella storia dell’umanità rimangono sconosciute ai più.
Le “cacanze”,
però, non durano all’infinito. Il trucco consiste nell’avere un figlio che cresce, e il mio è cresciuto, viva Dio. Quest’anno, mentre eravamo in Calabria, ci siamo dimenticati l’una
dell’altro. Io mi rilassavo assieme a Papy sulla spiaggia mentre lui, integrato in un ristretto branco di ingegneri in erba, progettava tutto il giorno aeroporti di sabbia, uno dei quali
pure low cost ( non chiedetemi cosa sia un aeroporto a basso costo, la risposta potrebbe scioccarvi ), senza curarsi se per caso io e suo padre fossimo morti per l’attacco di uno squalo. Sì,
vabbe’, lo squalo calabro non è una specie diffusissima, ma qualche spaurito esemplare di grande bianco avrebbe potuto anche sciacquettarsi le pinne in quel di Cosenza, no?
Della nuova indipendenza di mio figlio me ne faccio comunque
un cruccio, intendiamoci. Sono una mamma perfettamente normale, fidatevi: anch’io, pure se mio figlio è alto ormai quasi quanto me, me lo vedo ancora davanti con il pannolino e le gambette
paffute infilate nel girello.
Anch’io, nell’intimità delle mura domestiche, lo chiamo ancora
con virili appellativi come “Lilli” o “Fiorellino”. Anch’io soffro da quando ho realizzato che non rappresento più il fulcro del suo universo. Soffro, da matti, ma non in estate. Non questa
estate, soprattutto. E’ un’estate particolare, questa: leggera, sostenibile e pure sregolata.
Leggera perché sono riuscita finalmente miracolosamente a ritagliarmi ben tre mesi
di ferie. Come? E’ molto semplice: mandando a morire ammazzati una serie di impegni a dir poco improduttivi che mi stavano massacrano. La misura era stracolma e poi, diciamolo: di problemi ne
ho da vendere, come tutti, ma nella lista non è incluso l’incubo del mutuo sul groppone. Con qualche accortezza posso permettermi il lusso di non lavorare per un po’. Non parlo di anni,
naturalmente, ma tre mesi ci stanno tutti.
Sostenibile perché con tanto tempo a disposizione dopo secoli di vacanze frammentarie,
faticose e stressanti, questi tre mesi estivi di assoluta libertà dall’enorme problema “e adesso dove colloco il pupo?” mi sembrano l’Eden.
Sregolata perché mi va così. E la sregolatezza la sto applicando anche con mio
figlio: per il momento non lo assillo con i compiti per le vacanze, non lo torturo con i consueti precetti, lascio che rimanga alzato fino a tarda notte e che al mattino si svegli alle 10:00,
se gli va. E’ vacanza anche per lui, e regalargli un po’ di (insana?) libertà mi rende felice e a dirvela tutta semplifica la vita anche a me. Niente orari precisi, niente occhiate continue e
angosciate all’orologio, niente “questo lo devi fare subito, ora e adesso perché se no facciamo tardi”, niente “finiscila Superboy, fila subito a letto che la mamma è stanca”.
Io quest’estate non sono stanca, no. Stanca di cosa? Di
occuparmi semplicemente di mio figlio, di mio marito e della casa? Dovrei essere stanca di aggiornare il blog? Di cazzeggiare su Facebook? Di fare la spesa, cucinare, lavare, stendere,
stirare e ammirare? Quello lo faccio da una vita, in certi periodi anche lavorando dieci ore al giorno. No. Mi sento piena di energie, e soprattutto piena di tempo. Ed è una sensazione
impagabile, mai assaporata prima.
La mia estate si è alleggerita anche grazie a una gradevole
botta di gioventù ( o un temporaneo rincoglionimento tardo adolescenziale, fate vobis ) gentilmente offerto da una recente vacanza in Calabria. I particolari li leggete qui: Una vacanza
taccata.
Mai, come quest’anno, avevo bisogno di scollarmi di dosso
problemi, preoccupazioni, ansie e un’interminabile serie di sfighe e tragedie che mi affliggono dall’inizio del 2008. Mai, come quest’estate, ho riscoperto la leggerezza del non dover pensare
troppo complicato. Il che mi consente anche di concentrarmi su qualcosa di estremamente futile, come la mia femminilità. Ciò non toglie nulla al mio essere mamma, anzi. Casomai aggiunge un
plusvalore. Mio figlio dice che sono diventata più bella. Oddio, ha espresso il concetto a modo suo, però l’ha fatto:
“Mamma?! Ti sei tagliata i capelli, ti sei messa a dieta, fai
ginnastica tutti i giorni, mo’ te metti pure i tacchi… Ma che t’è presa? La crisi di mezza età?”
Non lo so, figlio mio. Può anche darsi, sono già
sufficientemente vecchia per stupirmi ancora di qualcosa. Forse è merito di quest’estate insolita, ma io sto bene, tesoro. Benissimo. Bene così come non mi sentivo da una vita. E’ la prima
volta che non mi spaventa affatto dover riempire un’estate. E’ già piena così: di insolite novità, di leggerezza e di un’insperata tranquillità.
Soprattutto è vuota di quel senso del dovere che mi
appesantiva da secoli. Se alla mamma non vanno in vacca un paio di ideuzze per Settembre, e soprattutto se Dio è finalmente disposto a strizzarle un occhio, le nostre prossime estati saranno
tutte così. Io non ci credo granché, ma tu nel dubbio giungi le manine e dì una preghierina per me. Chissà, magari Il Principale a te darà
retta.
Questo post partecipa al Blogstorming per il tema del mese “L’insostenibile leggerezza dell’estate”.
E mo’ ve vojo, Silvia e Serena di Genitori Crescono, a
ciucciarvi ‘sto mattoncino! Già che ci sono, dico a Superboy di pregare anche per voi.