Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"

Educare: Etimologicamente il termine deriva dal verbo latino educĕre (cioè «trarre fuori, "tirar fuori" o "tirar
fuori ciò che sta dentro"), derivante dall'unione di ē- (“da, fuori da”) e dūcĕre ("condurre").
La parola educazione è spesso ritenuta complementare di insegnamento o istruzione anche se quest'ultima voce tende ad indicare metodologie più spiccatamente "trasmissive" dei
saperi. Così dice Wikipedia.
Il verbo “educare” è applicabile anche all’alimentazione? Direi di sì. Affermo senza ombra di dubbio che mia madre abbia tentato di educarmi anche in questo senso. Mi nutriva con cibo sano e difficilmente mi allungava una merendina pur di farmi mangiare qualcosa, perché di mangiare io proprio non volevo saperne. Non ha mai soffocato il cibo con ettolitri di sugna, né era fissata con la regola del: su, ripulisci tutto tutto tutto il piatto! No, lei tentava semplicemente di farmi sopravvivere. C’è stato un periodo in cui io e mia sorella sembravamo due biafrane. Perché anche lei ha dato filo da torcere a mia madre, le rogne non vengono mai da sole in una famiglia che si rispetti. Eppure, nonostante tutti i suoi sforzi, io sono stata una bambina, una ragazza e quindi una donna piuttosto diseducata in materia di cibo.
“Ma daaaaaai, mi prendi in giro? A vederti adesso non si
direbbe!”
“Sì, vabbe’, non è possibile. Alla tua età puoi ancora permetterti
il bikini e hai pure fatto un figlio!” (ho fatto un figlio, d’accordo, ma non mi ha investito uno schiacciasassi).
“Obeeeeeesa? Su, non esagerare. Magari eri un po’ sovrappeso, ma
obesa no. Che dici?”
Ecco le risposte standard che ottengo quando racconto del tempo in cui mi trascinavo dietro venticinque chili di troppo, esattamente dai miei quindici ai miei vent’anni di vita. Sì, io la mia adolescenza me la sono sparata tutta da cicciona e anche i meno perspicaci intuiranno che non è stato esattamente il periodo più giocondo della mia esistenza. E’ allora che ho imparato a essere auto ironica. Il ragionamento era rozzo ma efficace: se ero io la prima a massacrarmi, gli altri non trovavano spazio per buttarmi addosso dosi aggiuntive di dolore.
A vedermi oggi è difficile immaginarmi infagottata in una taglia
50, eppure vi assicuro che ne riempivo ogni interstizio. Intendiamoci: non che ora sia filiforme; la taglia 40 potevo permettermela soltanto a 14 anni, la 42 l’ho indossata agevolmente fino ai 33
anni. Poi sono rimasta incinta. Ora calzo una dignitosa 44, con qualche rara ricaduta verso la 42. Di tanto in tanto mi capita di buttar giù 2/3 chili. Mi capita, sì, ma me ne pento un attimo
dopo.
Ho raggiunto il giusto equilibro soltanto dopo anni di duro lavoro
su me stessa. Mi sono in qualche modo auto educata a mangiare; ho imparato a non vedere più il cibo come l’unico riempitivo per i vuoti dell’anima, ho capito che per essere “visibile” non occorre
invadere il mondo con la propria fisicità o, al contrario, tentare di scomparire in un corpo preadolescenziale. Ci vuole ben altro. Non è stato semplice, ma ce l’ho fatta. Come? Posso
semplicemente dirvi che a certo punto il cervello di chi soffre di disturbi alimentari può resettarsi. Basta un evento, anche non particolarmente significante; funziona sicuramente un
innamoramento, in certi casi. La mia occasione per scrollarmi di dosso tutto quel peso superfluo ve la spiego più avanti.
La mia storia non è particolarmente originale. Accomuna tante
persone. Donne, in particolar modo. Tranne rarissime eccezioni, l’autolesionismo è femmina. Non mi addentro troppo nei particolari, perché sviscerare le motivazioni dei miei problemi con il cibo
rischierebbe di farmi andare fuori tema. Mi limito a ipotizzare che la mia trasformazione da bambina semi anoressica ad adolescente obesa sia dovuta al fatto che ero spaventata a morte dal mio
corpo. Sono cresciuta troppo in fretta: a tredici anni ero ancora molto magra, però ero alta (per la mia età, s’intende. Oggi sono ancora alta come una bambina di tredici anni, per dire),
sfoggiavo già un bel paio di tette e fianchi torniti da donna. Gli uomini mi guardavano in un modo che mi infastidiva. Gli uomini, già, non i ragazzini come me. Quelli giocavano ancora a “ce l’ho
– ce l’ho – me manca- ce l’ho” con le figurine e a chi pisciava più lontano, com’era giusto che fosse.
Oltre ad essere una ex obesa, sono pure una ex timida. Io la
cartella non la indossavo mai sulle spalle; la stringevo fra le braccia per nascondere il seno. Avrei voluto scomparire, eppure il mio corpo continuava a conquistare spazi troppo adulti e
maliziosi per me, che mentalmente ero ancora una bimba. Così, un bel giorno devo aver pensato bene che massacrare il mio bel corpicino con manciate di chili superflui mi avrebbe tenuto al
riparo da quelli sguardi imbarazzanti. Cavolo se ha funzionato!
Ho iniziato a mangiare in modo sconsiderato, persino di notte.
Soprattutto di notte. Assumevo anche lassativi, per cercare di tamponare lo scempio alimentare. Digiunavo per poi recuperare giorni di astinenza in poche, convulse e farneticanti ore.
Vomitare a comando no, non ci sono mai riuscita. Io svengo mentre do di stomaco, mi fa troppo ribrezzo, riesco a malapena a tollerare il vomito di mio figlio, ma giusto perché lo amo follemente.
Mio figlio, non il vomito. Ringrazio il cielo che durante la gravidanza non ho sofferto quasi mai di nausea, altrimenti non sarei sopravvissuta a me stessa.
Ne sono uscita fuori quando quella che allora era la mia migliore
amica mi ha chiesto se volevo farle da testimone alle nozze. Ho visualizzato la sua bella figurina da Barbie Sposa accanto alla mia, che avevo un anno meno di lei, ma a causa della mia mole
sembravo sua madre. Ho perso 11 kg in meno di due mesi, sotto stretto controllo medico, senza assumere alcuna porcheria per accelerare il processo. Ho impiegato quasi due anni per rimettermi in
sesto fra dieta dimagrante, ginnastica e mantenimento. Questo accadeva nel lontano 1990. Da allora sono ingrassata 10 kg soltanto per mettere al mondo un figlio, altri motivi validi non ne ho
trovati.
Come mi sono educata a mangiare? Semplicemente considerando il
cibo nella giusta prospettiva: un modo per appagare i sensi, uno strumento per far star bene il mio corpo, un’ottima occasione per trascorrere una serata godereccia fra amici anche esagerando un
po’, di tanto in tanto. Di tanto in tanto non significa “sempre”. E questo che fa la differenza.
Ora quando si tratta di mangiare mi comporto un po’ come quando
spiego a mio figlio che esistono regole che non vanno mai infrante e norme che, invece, qualche volta possono andarsene tranquillamente a morire ammazzate. Fra queste regole derogabili rientra
anche il cibo. Quindi: tesoro di mamma, il cibo che ti fa stare meglio è quello sano, ma se di tanto in tanto bevi una coca cola o mangi un hot dog non brucerai all’inferno. Perciò: mangia le
verdure (e qui è facilissimo, perché Superboy adora la roba verde e questo non gliel’ho certamente insegnato io. Mi ha detto semplicemente culo), il pesce (idem), la carne ai ferri e non
pasticciata con tonnellate di ketchup, fai merenda con una fetta di pane e olio o un panino al prosciutto. Ma se una volta ogni tanto in quel pane ci schiaffiamo un bel po’ di cioccolata non
crolla mica il mondo; la cioccolata lo colora di buono, altro che fallo crollare.
Per chiarirgli il concetto, di tanto in tanto ci concediamo la
“serata delle schifezze”. E’ una roba in tema fantozziano, stile “frittatona e rutto libero”. Di solito la organizziamo durante il week end. Lo scopo è quello di trasgredire con assoluta
spensieratezza davanti alla TV. Ci guardiamo un bel cartone/film/documentario o quello che cavolo ci pare smangiucchiando porcherie. Il giorno dopo magari ci spariamo un’oretta di bici all’aria
aperta ed è pace fatta con la coscienza, ma non è un’opzione obbligatoria.
Mio figlio non è un mangione, non lo è mai stato. Provo da secoli
a fargli assaggiare tutto, ma il cibo sembra interessargli poco o niente. Nonostante ciò, mangia piuttosto sano. Quindi in qualche modo credo di essere riuscita ad “educarlo”, un po’ come fece
mia madre con me. Sa cosa gli fa bene e cosa invece è meglio evitare. Evitare, non eliminare senza pietà. Lo sa perché glielo spieghiamo io e suo padre, lo sa perché lo studia a scuola, lo sa
così come sa che una porcheria di tanto in tanto potrà anche non fargli benissimo al fegato, ma sicuramente gli fa bene all’anima.
Il segreto per raggiungere il giusto rapporto con il cibo è saper
cedere alle trasgressioni in modo consapevole e maturo. Questo me l’hanno insegnato quando ero a dieta: nessun regime alimentare restrittivo può funzionare se di tanto in tanto non ci si concede
qualche gratificazione. Auto flagellarsi per uno sgarro rischia di mettere a repentaglio gli sforzi di mesi; convivere serenamente con le proprie debolezze e godersele con dannata leggerezza,
persino, aiuta a rimettersi a regime con più slancio. Funziona un po’ come per i carcerati: se non concedi loro l’ora d’aria, la prigionia diventa insopportabile e allora tentano di evadere ogni
due per tre.
Se è vero che “educare”significa anche “tirar fuori ciò che sta
dentro”, compresa la voglia di trasgredire, di lasciarsi andare, di non voler a tutti i costi essere maniaci del controllo della propria vita, allora io sono guarita dalla mia maleducazione
alimentare. L’ho fatto grazie a molte, difficili, mosse ma ci sono riuscita.
Spalmare di Nutella le gallette di riso integrali potrà sembrarvi un’incongruenza, invece è equilibrio. Basta non farlo tutti i santi giorni. Se no è prendersi per i fondelli, il che è un concetto lievemente diverso.
Questo post partecipa al blogstorming Educare a mangiare