Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
Metti un giorno in cui i tuoi figli hanno trascorso un pomeriggio a strapparsi la lingua a vicenda, o hanno vomitato a scacchiera tutta la notte a causa di una gastroenterite fulminante, oppure si sono accapigliati a oltranza per il predominio di un vecchio paio di mutande sbrindellate.
Metti che il più piccolo stia mettendo i dentini e non ti fa chiudere occhio da un mese, e il “grande” (6 anni appena compiuti) abbia preso a risponderti peggio di un adolescente avvelenato dal pessimismo cosmico, metti che tu stia subendo da mesi una pesante azione di mobbing in ufficio, ma non puoi licenziarti perché hai un mutuo sul groppone.
Metti che tua cognata/tua suocera/tua cugina/quella che in teoria dovrebbe essere la tua migliore amica si siano coalizzate contro di te per suggerirti ogni 30 secondi come dovresti educare i tuoi figli, o che il tuo compagno appartenga alla specie (per fortuna in via d’estinzione) dei trogloditi che non cambiano un pannolino neppure se gli allunghi 500 Euro o gli prometti una lunga serie di notti di sesso sfrenato.
Metti che hai la febbre da tre giorni, ma non ti puoi concedere il lusso di ficcarti a letto perché se no chi farebbe la spesa/preparerebbe la cena/pagherebbe le bollette in scadenza? visto che l’intera famiglia è malata? E l’intera famiglia, nel tuo caso, si regge soltanto sulle tue fragili spalle.
Somma tutti questi fattori, immagina di accendere il pc in cerca di conforto e di googlare “vita da mamma”. Metti, infine, di finire per disgrazia su uno di quei siti/blog/gruppi Facebook infarciti di frasi melense, cuoricini in ordine sparso e foto idilliache di mamme/papà intenti a cullare con aria estasiata pargoli sorridenti e/o addormentati compostamente nei loro lettini color pastello.
Ricaccia indietro la tua voglia di impiccarti con i lacci delle scarpe da ginnastica (altro, per il momento, non riesci a indossare perché vai sempre di fretta), respira profondamente, riprendi contatto con la realtà e convinciti di una cosa: non sei sbagliata tu. A sbagliare sono quelli che si ostinano a mostrare soltanto la parte migliore della maternità, quella tutti emoticon sorridenti e attimi d’amore, quella dove esiste solo “il cucciolo adorato di mammina sua”.
I figli sono “cuccioli”, è vero, ma la specie più comune è il T-REX con rare, fortunatissime e sporadiche variazioni verso il gattino d’angora.
Non sono una donna che si lamenta della maternità. Non l’ho mai fatto, anche se le evidenze giocano tutte a mio sfavore. Diventare mamma mi ha completata come persona. Mi ha regalato una gioia indescrivibile, ma la dipingo a modo mio. Chiedo scusa a chi gestisce questi spazi e sono cosciente del fatto che ognuno sia libero di raccontare la sua vita come meglio preferisce, ma darsi una regolata non guasterebbe.
Il mio personalissimo parere è che eliminare di tanto in tanto un cuoricino glitterato a favore di un “Oggi mi sento stanco/a morta, voglio emigrare in Patagonia. Capita anche a voi?” non toglierebbe nulla all’amore che nutrite per i vostri “cuccioli”, aggiungerebbe semplicemente veridicità al quotidiano di un genitore.
La nostra vita non è tutta rose e fiori. Le spine ci sono, eccome. Pungono, e fanno male. Sapere che di rosai pungenti il mondo è pieno non attenua il profumo inebriante dei fiori. Serve a sanguinare di meno, cicatrizza le ferite, aiuta a non sentirsi alieni. Insomma: ce la fate a pubblicare un cuoricino in meno a favore di un’immagine un istante più autentica? Il popolo intero delle mamme ve ne sarà grato. E pure quello dei papà, sono pronta a scommetterci.