Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"

Girovagando per blog ormai da un discreto numero di anni, ho rilevato che il bambinese costituisce una fonte
smisurata di ispirazione per le mamme che amano raccontarsi in rete. I post più divertenti parlano degli incomprensibili suoni gutturali, simili al grugnito del tasso abruzzese durante la
stagione dell’accoppiamento, che l’essere soprannaturale chiamato mamma riesce a decodificare e a tradurre a beneficio dei comuni mortali.
Solo chi ha il vezzo di partorire è in grado di comprendere che “nghà!” significa :“Basta, o madre,
direi che insistere è ormai anacronistico e inopportuno. Puoi gettare alle ortiche lo zuccotto con le scimmiette sceme… Ormai ho ben 19 mesi, quel ridicolo orpello lede la mia dignità di uomo!” e
che “mgango!” sta ad indicare:“Mamma, potresti cortesemente comporre il numero telefonico della nonna, poiché sono ben due giorni che non la sento e gradirei farle un resoconto
della mia giornata all’asilo?”
Il bambinese è una lingua affascinante e bizzarra, una sorta di magico tessuto che si estende, si modifica,
cresce e calza sempre a pennello il legittimo possessore, un qualcosa di unico nel suo genere, perché nessun bimbo veste la stessa stoffa. Tranne qualche classica storpiatura che accomuna diversi
nani del pianeta (tipo: Mamma, mi viene da gomitare!), il bambinese presenta infinite sfaccettature e fantasiose variabili.
Il mammese, invece, costituisce un optional di serie gentilmente offerto dalla maternità, meno avvilente delle
smagliature e delle tette cadenti, ma preoccupante almeno quanto la perdita di memoria a breve scadenza. A differenza del bambinese, il mammese pecca di fantasia ed è caratterizzato da alcune
ridicole frasi standard, autentici must onnipresenti nel vocabolario di una madre degna di questo nome…
Si parte dal classico: “Mio figlio non MI mangia…” (Perché, è forse un
cannibale?) con variabili quali: “Mio figlio non MI dorme…” oppure: “Mio figlio non mi ascolta mai!” (ah, no! Questa frase è corretta. Tragicamente corretta e
comune a molte madri, aggiungerei) per poi passare a bizzarri ossimori come: “Amoooreee! Corri lentamente, ché hai il filo della piantana arrotolato intorno alla
gamba!” o anche : “Strilla piano, tesoro, ché se il vicino chiama di nuovo il Telefono Azzurro, stavolta non ci credono più che non ti spegniamo le sigarette sulle
cosce!”arrivando al surreale: “Stai fermo, vieni qui!”, frase che manderebbe in paranoia anche il più equilibrato dei pargoli.
Le storpiature dialettali, poi, meritano una trattazione a parte. Essendo capitolina, vi regalo una chicca
tipica di chi vive all’ombra del Colosseo.
La frase basica dovrebbe essere questa: “Vuoi la pizza, amore di mamma?” ma, forse a causa della (fantomatica,
posso dirlo?) pigrizia romana, si trasforma spesso in : “Vuoi la pizza, 'a mamma?” per poi sfociare, qualora si andasse particolarmente di fretta, in un criptico: “Vuoi la pizza, mamma?” tanto
che a un non romano sorge sacrosanto il dubbio: “Ma questa donna sta chiedendo a suo figlio se vuole la pizza, oppure lo sta domandando alla nonna?”
Ecco, io a questa stranezza non avevo fatto mai caso. Me l’ha segnalata una mia amica fiorentina, perché alle delicate orecchie di una figlia di Dante suonava piuttosto ridicolo che chiamassi mio
figlio “mamma”. Riconosco che non è una cosa da persona esattamente sana di mente. Ma se la guardiamo con un’ottica diversa, quella secondo la quale sono i figli che ci fanno crescere, e non
viceversa, magari questo strafalcione un senso ce l’ha…