Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
Sabato scorso ho fuso la testata del mio gioiellino, la cui unica pallida similitudine con la Ferrari è
il colore rosso fuoco. Ha sventolato bandiera bianca a due passi da un sito emblematico: il ponte di Ariccia *, e non aggiungo altro. Non ringrazierò mai abbastanza le due amiche che mi
hanno tirata via dalla strada (in senso prettamente automobilistico) perché ogni volta che Pachina mi molla a piedi, è matematico che ci sia anche mio figlio. E le bizze di un Superboy angosciato
da un’ipotetica sgaloppata di 15 km sono un’esperienza che incrinerebbe anche il sistema nervoso più robusto.
Pachina, che a Marzo compirà 13 anni, è sotto sequestro dal meccanico fino a venerdì prossimo. Trecento Euro e passa la paura. Lei riconquisterà nuova vita, a me verrà voglia di rifare
una gitarella ad Ariccia. Questa piccola batosta finanziaria cade in un periodo di stanchezza economica agghiacciante, ma il danno peggiore è di carattere pratico.
Se vivi in una zona come la mia, per certi tratti simile a un paesotto nel deserto neozelandese, senza autovettura sei finito. Serve, perché il fornaio più vicino dista due chilometri.
Serve, perché per portare a scuola il tappo occorrono almeno 15 minuti di macchina. Serve, perché una che guida da vent’anni preferirebbe farsela a piedi con una zavorra di 23 chili sulle spalle
e una caviglia spezzata piuttosto che elemosinare passaggi a destra e a manca. Serve, perché un altro viaggio frullata nel bolide di Suocero Sprint non so se riesco a superarlo.
L’Innocenti color zabaione di mio suocero sta a una macchina così come Rosi Bindi sta a una donna, anche non necessariamente avvenente. Venuta alla luce nel lontano 1974, ogni mattino risorge dal
coma con profondi rantoli di gola, come un vecchio catarroso che si spari i suoi due bravi pacchetti quotidiani.
Il pilota, rilassato come una mosca intrappolata da una vedova nera, accelera a singhiozzo, mentre la Innocenti reagisce come il fracasso di una mietitrebbia ad un passo dall’esplosione
letale. Avvolti in sbuffi di fumo di inquietante provenienza, ripartiamo da ogni sosta con rinculi vigorosi che, ne sono certa, alla fine della settimana finiranno con il fracassarmi la
cervicale.
Le cinture di sicurezza sul sedili posteriori sono una diavoleria avveniristica. Così io, che lego saldamente il pupo anche per prendere un giocattolo nella stanza accanto, violento
tutte le mie più incrollabili convinzioni sulla sicurezza stradale. Mi incastro sul retro in una posizione che per il nervo sciatico è una mano santa: gambe a ranocchia per
contenere mio figlio (se me lo mettessi in braccio sfonderebbe il tettuccio dell’auto con la testa. Non che sia gigantesco, è lei che è nana), un braccio saldato alla maniglia e l’altro arpionato
attorno al suo punto vita.
Per tutto il tragitto prego. Non che Suocero Sprint sia un pirata della strada, ma ha una guida come dire…disinvolta, ecco. Allora, per non sbagliare, prego. Prego perché lui non si arresta
neanche al cospetto di una donna alla guida di un elefantiaco SUV con pargoli ingrebiulati a seguito. Una mamma in ritardo sulla tabella di marcia al mattino è più pericolosa di
un pusher con una volante della narcotici incollata alle chiappe. Ci inghiottirebbe all’istante, non avremmo tempo neanche per sussurrare:“Gesummaria!” E allora, da qualche
giorno, sono diventata una fan devota di San Cristoforo. E prego, con un fervore che mi annienta.
Potrei appoggiarmi a una vicina di casa per gli spostamenti, i nostri bimbi frequentano la stessa scuola. Ma Suocero Sprint non me lo perdonerebbe mai, ci tiene da matti ad aiutarmi, ed io non ho
il coraggio di rifiutare la sua ostinata gentilezza. Mi aspetta ogni mattino sotto casa, con almeno una mezz’ora di anticipo. Non citofona, ma lo so che è lì, dovrei essere nata senza orecchie
per ignorare il ruggito impaziente della Innocenti . Anche i vicini lo sentono, lo intuisco dalle secchiate d’acqua che piovono da ogni dove. A parte Giggi er mena, il losco dirimpettaio
tatuato, non mi risulta che nessuno di loro possieda un porto d’armi. Giggi è sempre ubriaco fradicio, per fortuna. Alle sette e mezza ronfa ancora come un angioletto, per questo non gli ha
ancora sparato.
L’appuntamento è per le otto meno dieci, ma Suocero Sprint è già pronto almeno dalle sei. Io scendo alle otto meno un quarto e sono puntualmente in ritardo sul suo anticipo. Al pomeriggio
stessa storia: l’appuntamento è alle 16:00? Lui mette in moto mezz’ora prima, non un secondo più tardi. Mi aspetta con il motore acceso; sembriamo Bonnie e Clyde. Scalpita, gironzola attorno
alla macchina, si fuma tre sigarette, borbotta sommessamente e poi, quando finalmente scendo, devo lanciarmi nella macchina in corsa come Starsky & Hutch. Lui è sempre in
ritardo, anche quando è mostruosamente in anticipo.
Ho telefonato al meccanico; se entro un’ora non mi riconsegna la mia libertà mi piazzo davanti alla saracinesca con una tanica di benzina. Non mi passa neanche per l’anticamera del cervello
l’idea di fargli il pieno alla macchina, se a qualcuno di voi fosse venuto questo ridicolo dubbio.
Nota: Il ponte di Ariccia gode di una tragica fama. A causa della sua considerevole altezza è stato meta di numerosi suicidi. Per evitare altri episodi del genere, nel 2000
sono state apposte delle barriere in tensostruttura lungo tutto il ponte.