Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
Quando mi chiedono: “Cosa fai per guadagnare la pagnotta?” io, non senza un pizzico di sano imbarazzo,
rispondo: “ Ehmm… La scrittrice”.
Sistematicamente parte la grassa risata:“ AH!AH!AH! Ma daaaaaai, scrivi? Ma com’è possibile? E pubblichi?”
(‘azzo te ridi? Mica te sto a prende in giro! E poi t’ho detto che scrivo, mica che scindo l’atomo a mani nude!)
Come sia possibile me lo chiedo sempre anch’io… Pubblicare? Si, pubblico. E mi fa anche tanto piacere. Io alla panzana di quelli che sfornano libri “per loro stessi” non ho mai creduto. Da
qualche tempo a questa parte scrivo, non è deprecabile compiacersi se qualcun altro, oltre a tua madre, ha il piacere di leggerti.
“E quindi, in cosa sei laureata?” proseguono sempre, nessuno escluso.
“In Corbelleria Applicata” rispondo io, ma non capiscono la battuta. Ma perché? E’ davvero necessario conseguire una laurea per diventare scrittori? Sarebbe come dire che per fare i becchini
sia indispensabile essere morti, il che è un concetto poco pratico per accrescere il volume d'affari.
A tutti gli esordienti che mi chiedono consiglio sul come diventare scrittore, confesso che aspiro molto anch'io a questa carica: coca come se piovesse. Lusingata per la considerazione, ma devo
capire ancora anch'io come si faccia. Ne riparliamo fra una decina d'anni, quando sarò diventata scrittrice sul serio?
Se poi mi domandano: "Ma ti diverte scrivere?” rispondo che mi diverte, sì. Considerando il non trascurabile particolare che partorisco letteratura umoristica, se il mio lavoro mi intristisse
sarei un poderoso caso clinico.
Alle persone affette da discrezione congenita che mi domandano: “Ma guadagni bene?”, rispondo che per ogni copia venduta, intasco l'equivalente del costo di un litro di latte, al
lordo delle tasse. Da brava barbone, faccio la raccolta punti. Supponendo che anche Sophie Kinsella lo sia, mi chiedo: quanti ceppi per coltelli e Minipimer avrà in giro per
casa?
A tutti quelli che controbattono con un comprensibile: “Ma se guadagni praticamente un obolo, chi te lo fa fare? Ti alzi tutti i giorni all’alba per scrivere, dormi sei ore a notte se tutto
va bene e poi te ne vai anche a zonzo per l’Italia a presentare i tuoi libri! Ma sei pazza?” confermo: sono felicemente pazza. Arrivata quasi a quarant’anni, dopo aver svolto lavori che mi
appartenevano così come un anziano cornuto si illude gli appartenga la moglie diciottenne un filino zoccola, ho finalmente trovato la mia strada.
Non avrei mai immagino che scrivere fosse quella giusta. L’ho trovata, e senza usare il Tom Tom.
Imboccarla per puro caso, e con così ampia soddisfazione, è il regalo più bello che potessi farmi per i miei secondi vent’anni. Augurandomi che il Buon Dio vorrà farmi campare tanto
da spegnere la mia ottantesima candelina, aspiro ad infestare a lungo questa valle di lacrime per un solo, ambizioso, motivo.
Mi auguro di conoscere la vecchiaia, preferibilmente con i neuroni ancora tutti al loro posto, perché Camilleri è diventato famoso a settant’anni. Ho ancora soltanto trent’anni di tempo per
provare ad eguagliarlo. Forse ce la faccio. Forse, se qualche paladino della letteratura italiana non mi giustizia prima.