Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
Avrei potuto scrivere un post riassuntivo delle mie recenti “cacanze”, ma in questi giorni immediatamente successivi al rientro all’ovile trovo difficoltà persino ad aggiornare la lista della spesa. Rimandando l’operazione a tempi più tranquilli, intanto lancio ben trovati e baci sparsi a chiunque dovesse riaffacciarsi da queste parti e vi racconto cosa è successo ieri sera.
Mentre ci sparavamo una puntata di Superquark, a un certo punto Superboy se n’è uscito con una delle consuete domande che tutti i bambini, prima o poi, spargono come trielina su una ferita aperta sul corpo e la mente degli poveri cristi che l’hanno messi al mondo. Suo padre era a lavoro, quindi per ovvi motivi me la sono dovuta smazzare da sola…
Mi afferra la mano, mi fa una carezza e poi, occhioni compiti e aria serissima, mi chiede:
“ Mamma, dimmi la verità… Ma devi essere sincera, ok?”
“ Bambolo, ma quando mai la mamma ti racconta bugie?” ovvio che qualche panzana di tanto in tanto gliela racconto; come da Manuale della Bravissima Mamma è d’uopo fingere vaccamente alla bisogna essere sempre sinceri con i propri figli.
“ Mamma… ecco… Mamma, ma tu mi hai adottato?”
“ ?!? “
“ Certo che no, tesoro. Tu sei mio figlio, ti ho portato nella pancia per nove mesi e poi ti ho partorito.”
“ Ma sei sicura che non sia successo qualcosa di strano durante il parto?”
“ Sì, tesoro, te l’ho raccontato tante volte. Alla fine ti sei incastrato e il dottore ha dovuto stanarti con la ventosa, ma a parte quello nulla di particolare. Perché me lo chiedi?”
E lui, ignorando totalmente la mia domanda : “ Sai, mi piacerebbe essere un Dominatore della Terra, una specie di robot che sa sempre se uno dice la verità. Perché quando un essere umano dice una bugia, allora suda di più, gli aumenta il battito del cuore, sposta lo sguardo a sinistra e….”
“ Amore, ascoltami: io e papà non ti abbiamo adottato. Ma non lo vedi quanto ci somigliamo io e te? Non vedi che abbiamo gli stessi occhi, lo stesso naso, la stessa bocca, persino la stessa fossetta sulla guancia destra quando sorridiamo? ”
“ E che vuol dire? Magari siete stati furbi e avete scelto dal mucchio (ma quale mucchio, vita mia???) un bambino che somigliasse a te… Tu ce l’hai il mio certificato di nascita? Me lo fai vedere?”
“ Amore no, non te lo faccio vedere perché non serve. Devi fidarti di me. Ti faccio però vedere un’altra cosa, ok?”
Allora ho tirato fuori qualcosa dalla scatolina dove conservo i miei ricordi più cari .
“ Ecco, tesoro. Guarda questi. Sono i braccialetti che indossavamo in ospedale quando ti ho partorito. Sono uguali, vedi? Solo che il tuo è microscopico, ma sopra c’è scritto il mio stesso numero e il nome. Vuol dire che sei davvero mio figlio.”
Non ha fatto altre domande, ha ripreso a guardare Superquark come se nulla fosse e alla fine si è addormentato con il braccialetto microscopico stretto nella manina.
Io non ho idea del perché si sia messo in testa di essere stato adottato. Quello che posso dirvi è che la stessa fissazione l’ho avuta anch’io per un sacco di tempo, quando avevo più o meno la sua stessa età. Mi capitava perché ho sempre avuto un pessimo rapporto con mia madre. Non era una tipa semplicissima, lei. Pensavo che mi trattasse male perché non ero veramente sua figlia. A parte la voce e le movenze, io e mia madre non sembriamo neppure lontanamente parenti. Per questo la domanda di mio figlio mi ha incollato addosso una bella porzione di angoscia.
Anch’io, proprio come Superboy, ho pensato che i miei genitori mi avessero scelta dal mucchio con la scaltrezza di accaparrarsi una bambina identica al mio papà.
Io, mio padre e Superboy siamo tre gocce d’acqua. Mia nonna è sparita a cucinare torte per gli angeli da un mucchio di tempo, ormai. Non posso domandarle se una lontanissima sera di tanti anni fa suo figlio le ha chiesto se lei era davvero la sua mamma e se sì, come ha reagito alla domanda. Era una donna fantastica, lei: istintiva, sanguigna ma saggia. So che deve avergli fornito la risposta “giusta”, ma potrebbe pure essere rimasta a fissare basita il sangue del suo sangue chiederle se davvero l’aveva partorito con dolore esattamente come è capitato a me, anche se per pochi istanti.
Allora lo chiedo a voi: se i vostri figli dubitano o hanno mai dubitato del fatto che li avete messi al mondo, mi raccontate come è andata?