Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"

"Caro Babbo Natale,
è da una vita che non ti scrivo, ad occhio e croce una trentina d’anni, ma può una vecchia bambina come me
chiederti un aiuto per farla finita con questa storia? Non ti chiedo giocattoli , quelli te li chiedono tutti, non ti chiedo sogni, perché in un modo o nell’altro i sogni possono avverarsi. Ti
chiedo invece un piccolo miracolo, se ce la fai. Regalami anche solo per qualche istante l’età che adesso ha mio figlio, voglio sentire ancora una volta il profumo di sapone di marsiglia misto a
violetta di Parma, l’odore di mia nonna mentre mi accarezzava i capelli, un odore che adesso è solo un ricordo impallidito e triste. Regalami la forza di credere ancora in qualcosa, o in
qualcuno, spazza via questa dannata malinconia perché non è umano né normale essere infelici a Natale…”
Ho appallottolato questa letterina con gesto sconsolato, è ormai da un bel pezzo che non credo più a Babbo Natale e non gli perdonerò mai fino in fondo il fatto di essere soltanto la più
splendida delle mie illusioni infantili. Un tempo lontanissimo confidavo teneramente in lui, così come credevo fermamente in altro. Ultimamente la mia fede vacilla e, questo ve lo
assicuro su quanto ho di più caro, non è totalmente colpa mia, ma di un pour pourri di avvenimenti che avrebbero sfiancato anche il credente più fervido.
Di solito finisco di comprare i regali al massimo a metà Novembre. Oltre, mi vengono gli attacchi di panico.
Non sopporto la calca, la gente isterica che nel periodo pre-natalizio tira fuori il peggio di sé, il traffico convulso, le lucine a intermittenza ovunque, anche nei bagni sudici delle stazioni
di servizio. Intendiamoci, non è che io non ami il Natale in senso assoluto, anzi: l’ho amato così come pochissime cose nella mia sciagurata esistenza. Ma da qualche anno a questa parte durante
l’avvento mi coglie una forma latente di depressione ed è inquietante, visto che io ho perennemente il sorriso stampato sulle labbra a mo’ di paresi facciale. Eppure mi capita, e mi detesto in
modo inenarrabile per questo.
Mentre tutti si scambiano auguri, abbracci, regali e sorrisi a me viene voglia di singhiozzare. Sarà che tempo
fa potevo ancora dividere una fetta di pandoro con gente che oggi la morte ha trascinato via spietatamente e con troppi anni d’anticipo, sarà che la mia famiglia è sparpagliata in tre regioni
diverse e incontrarci è una gioia immensa, ma altrettanto immenso è il dolore nel doverci separare, sarà che certe tavolate chiassose e incasinate di parenti oggi non esistono più, sarà che è
doloroso scoprire ogni giorno una nuova ruga sul volto di mio padre e accorgermi che l’uomo che un tempo mi sovrastava di tutta la testa ora è più fragile e piccolo di me, ma non riesco più a
respirare l’aria di festa così come facevo un tempo.
Sarà che io odio le imposizioni, e mi scelgo con comodo altri 364 giorni del calendario per essere buona,
sarà che mi indispettisce vedere bambini di 2 anni che frignano per un gioco da 200 Euro e l’ottengono, sarà che per me un tempo il Natale significava tutta un’altra cosa e mi atterrisce ciò
che è diventato ora, ma adesso mi ritrovo a combattere con questa tristezza inopportuna infiocchettata di brutti pensieri. A Natale io ho il cuore rattrappito, e non mi diverto
più.
Non accade soltanto a me, ci sono diverse persone alle quali il Natale fa un effetto assolutamente contrario a
qualsiasi legge logica. Sapere che ci sono altri depressi in questo periodo non mi consola per niente, anzi, accresce in qualche modo il mio malumore.
Di solito io finisco di comprare i regali al massimo a metà Novembre, dicevo, eppure quest’anno mi ritrovo
ancora con un paio di pensierini da fare e nessuna voglia di ritrovarmi a fare un coda interminabile allietata da un altoparlante che rimanda ossessivamente melodie
natalizie.
Domani mi farò forza e mi infiltrerò nella bolgia dei ritardatari, ma se per caso durante l’oretta di fila
alla cassa dovrò ciucciarmi per l’ennesima volta George Michael che cinguetta “Last Christmas”, giuro che agguanto un badile e sfascio l’impianto di filodiffusione.
A Natale siamo tutti più buoni. Io, purtroppo, no. E cacchio se vorrei che fosse tutto
diverso…