Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"

Un caldo da far impazzire Lucifero in persona. Centinaia di genitori, fratelli, cugini, nonni e affini fino
al quarto grado di parentela accalcati sulle balaustre. Un tifo che neanche agli Internazionali di Nuoto per una trentina di pesciolini classe 2004-2005.
Domenica 17 Aprile 2011 ore 15:00 : gara di dorso. Batterie di quattro nani alla volta. Superboy è in corsia 3. Guardo quel fiero mucchietto di ossa sistemarsi gli occhialini. Orgogliosa,
commossa, neanche fossi la mamma di Rosolino.
Il bimbo della corsia 2 anticipa lo start. Tentano di annullare la gara ma un piccolo della corsia 3 e Superboy proseguono a macinare metri come squali inferociti. Gli istruttori si
sbracciano, impongono ai due di fermarsi, gridano falsa partenza ma non c’è niente da fare. La loro corsa non si arresta, neanche quando dall’alto crolla uno striscione di
bandierine di plastica che si incastra per un attimo fra braccine e gambe impazzite. In un delirio di spruzzi d’acqua e urla raggiungono comunque il termine della vasca. Alla fine
capiscono, ma solo alla fine.
Ripetono la partenza. L’istruttore di mio figlio lo incoraggia massaggiandogli le spalle gracili:“Forza campione!” e lui sorride. Gli mancano i canini laterali, è uno squalo senza denti.
Una vecchietta sentenzia: “Falsa partenza? Meglio, così sono già allenati…"
Emerge la mia parte mammesca più becera e sibilo: "Sì, allenati un par de ciufoli, signò… Se so’ già fatti cinquanta metri. Mo' so' spompati, altro che allenati!!!"
Fischiano di nuovo il via, riparte la gara. Mio figlio arriva secondo nella sua batteria. E’veloce, ma non abbastanza per conquistare il podio. Altri hanno fatto meglio di lui. Per pochi secondi
niente medaglia.
Lo ritrovo negli spogliatoi, negli occhioni immensi un lampo di delusione. Lo abbraccio, lo inondo di baci e gli dico che è stato bravissimo.
“Si, mamma. Ma non ho vinto…”
“Non fa niente, amore. Ci hai provato…”
“Sì, ma che gli ci voleva a darmi una medaglia? Ce n’era un tavolo pieno…”
Il tempo di una doccia e lo sconforto si dissolve nel nulla. Pochi minuti dopo siamo al parco a giocare con due amichetti che una medaglia l’hanno ottenuta.
Lui, il nano iper competitivo, a soli sette anni ha capito che non si può essere super in tutto. E ciò lo pone al primo posto di qualsiasi podio. Conosco adulti che ancora non riescono ad
assimilare un concetto così primitivo.
Ma loro non sono Superboy.