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8 maggio 2011 7 08 /05 /maggio /2011 10:28


mamma marisa

Invece di vomitare frasi di amore incondizionato per mia madre, come al solito vado controtendenza. In un giorno nel quale tutti osannano la figura di chi ha regalato loro la vita, io vi parlo di un timore che affligge chiunque non abbia vissuto un rapporto esattamente idilliaco con la donna che l’ha partorito con dolore. Mia madre è una donna dotata di un raro e raffinato senso dell’umorismo, per questo mi rivolge ancora la parola dopo aver letto questo brano tratto da "Le mamme non mettono mai i tacchi". 

LA PAURA DI DIVENTARE COME TUA MADRE 

Fra tutti gli ostacoli che affliggono ogni neomamma ce n’è uno che vince su tutti: la paura di cadere negli stessi comportamenti della propria madre, la quale le ha più o meno volontariamente avvelenato l’infanzia. Ho passato la pre e post adolescenza a convincere me stessa e il prossimo che non sarei mai stata come mia madre; ma una volta partorito, ho scoperto con sgomento che, nonostante alcune piccole varianti, IO SONO ESATTAMENTE COME LEI!!! Questa è una tristissima realtà e brucia come trielina su una ferita aperta: non si può combattere la condanna del DNA. Tale mamma, tale figlia. Il flagello si eredita senza scampo. Se ti riconosci in una delle tipologie di mamma elencate in questo libro, prova a ricordarti com’era tua madre quando eri piccola. Ora, almeno saprai a chi dare la colpa…

Nei miei incubi peggiori rivedo ancora mia madre rimestare liquidi di incerta composizione chimica, in cui nuotavano carcasse di merluzzo, coscette di pollo, carotine e foglioline di bieta. Lo sguardo inquieto, le guance accese, i capelli scomposti si affacciavano tra i fumi, dandole un’apparenza così sinistra da ricordare l’immagine della strega Crimilde davanti al pentolone velenoso. Eppure la matrigna di Biancaneve, a confronto, mi sembrava un’angelica maestrina d’asilo. Ogni sera, per tutte le sere della mia infanzia, ho dovuto sorbirmi delle orride minestrine in tutte le possibili varianti: brodino di pollo, consommè vegetale, passato di carote, stracciatella, stelline con formaggio iposodico. «Luaaaanaaaa! Vieni, amore della mamma, ché è pronta la pappa!». Una frase apparentemente così tenera nascondeva in realtà una condanna a morte. Mi avviavo, mesta, verso il tavolo della cucina, sicura che niente avrebbe potuto strapparmi al mio amaro destino. «Su, bella, mangiala tutta tutta. Dai, che se finisci presto ti faccio vedere Carosello!». Non ho mai visto Carosello in vita mia. Alle undici e mezza di sera ero ancora in cucina sopraffatta dalla nausea, mentre la pastina era mostruosamente aumentata di volume. Facevo ben attenzione a tenere ferma la scodella; un gesto maldestro avrebbe potuto segnare la mia fine: «Bimba di tre anni seppellita da stelline all’uovo giganti. Ancora da accertare le cause del tragico incidente».

Non appena sono stata in grado di scendere dal seggiolone, si sono verificati misteriosi guasti alla rete idraulica di casa mia. Lavandino e water erano perennemente intasati. Non so se la mamma mi abbia mai scoperto, ma ad un certo punto, forse colta da uno sprazzo di carità cristiana, ha iniziato a servirmi cibi solidi. Nulla, però, ha potuto mai salvarmi dalla maledizione della mela grattugiata. Credo che mi abbia costretto a mangiarne a tonnellate, nonostante attuassi timidi tentativi di ribellione. Lanciare il piattino dalla finestra o impiegare ore prima di ingoiarne un boccone, tanto da ridurre i pezzettini di mela ad una poltiglia marrone dotata di vita propria, non l’hanno mai scoraggiata.

Sarà per questo che, mentre i comuni mortali provano sensazioni orgasmiche di fronte ad un barattolo di marmellata fatta in casa, io ancora oggi non riesco ad inghiottire nulla che sia molliccio e dolciastro. Quando ho svezzato mio figlio e per forza di cose ho dovuto nutrirlo con gli omogeneizzati di frutta, l’unico escamotage per mascherare l’odore melenso che proprio non potevo sopportare me l’ha suggerito CSI. Come un patologo intento a squartare cadaveri, riuscivo ad aprire il vasetto di mela soltanto dopo aver schiaffato un paio d’etti di Vicks sotto le narici.

Mia madre era una fervida sostenitrice delle regole ferree. Per dirne una, si doveva andare a letto alle 21.00. Categoricamente, senza possibilità di appello. Nell’intento di fregarla, ho passato gli anni migliori della mia infanzia a sgusciare furtivamente dal lettino per andare a nascondermi dietro al divano in posizioni impossibili. Sono così riuscita a carpire gli affascinanti misteri della programmazione post Carosello, ma ora l’artrosi cervicale non mi dà tregua.

La mia mamma è sempre stata una casalinga di quelle con la C maiuscola. La casa era di una pulizia imbarazzante, ero l’unica fra le mie amichette ad avere le Barbie con la messa in piega, tutte le scarpine al loro posto e i vestitini perfettamente inamidati. Durante l’adolescenza, questa sua mania del pulito mi ha causato seri problemi di socialità. Negli anni ’80 vigeva un’unica regola: le scarpe da ginnastica e lo zainetto dovevano avere un’aria vissuta. Per ottenere la giusta trasandatezza, passavamo settimane a strusciare lo zaino nei vicoli laidi e a lordare le scarpe con tutti i mezzi, anche i più inconcepibili. Non si dovevano lavare mai, per nessun motivo, anche se qualcuno ti ci aveva vomitato sopra o se avevi pestato una cacca di elefante. E come ogni adolescente che si rispetti, seguivo la corrente: possedevo il più bel paio di Superga con buco sull’alluce di tutta la comitiva. Il mio zainetto infestato di dediche e disegni scarabocchiati con il pennarello indelebile mi riempiva di orgoglio.

Inorridita dal veder girare per casa quei due orribili feticci, mia madre mi ha teso agguati di ogni genere per strapparmeli di mano e riportarli all’originario candore. Pur di non dargliela vinta, dormivo con le scarpe ai piedi e lo zaino come cuscino. La battaglia è andata avanti per mesi e fortunatamente non ho mai contratto alcuna infezione letale; ma un triste giorno ho distrattamente lasciato incustoditi i miei tesori e ho perso la guerra. Una volta finiti nelle sue mani, non ho più avuto il coraggio di presentarmi in comitiva. Non sono ancora riuscita a capire che tipo di detergente abbia usato, so soltanto che da dopo quello sventurato giorno le mie adorate Superga hanno brillato di luce propria. In quanto allo zainetto, quando ho visto che la dedica appassionata di Marco del III D era scomparsa, sono svenuta.

La mia mamma non disdegnava le punizioni corporali. Credo che una volta mi abbia tirato addosso un ferro da stiro. Caldo. Persuasa, infine, dal fatto che non mi convenisse disubbidirle, trovavo naturale assumere comportamenti inusuali per una bimba della mia età: mia sorella ed io eravamo le uniche a rimanere sedute per tutta la durata di un pranzo nuziale; mentre gli altri bambini erano fuori in giardino a squarciare le gomme dell’auto dello sposo, noi rimanevamo tranquille al nostro posto a goderci l’agonia di quindici portate, sorbetto incluso. Al taglio della torta, ci veniva finalmente concesso di allontanarci da tavola, ma a quel punto non eravamo più in grado di muoverci, perché inebetite dalla noia, appesantite da venti chili di cibo o semplicemente svenute.

Mia madre possedeva idee del tutto personali riguardo all’uso sconsiderato del trucco (per sconsiderato intendo una passata discreta di lucidalabbra alla fragola, di quelli che sbavano come se avessi baciato la carta della pizza a taglio e che vanno via subito). Scoraggiata dalle sue teorie circa la nocività del maquillage, ho pensato per anni che il fondotinta causasse pericolosi tumori alla pelle.

Ho indossato la maglia di lana a maniche lunghe fin dai miei primi vagiti. Sono nata il 22 luglio. Per la legge del contrappasso, oggi giro in canottiera anche a febbraio. Per i primi quattordici/quindici anni della mia vita, è stata lei che ha scelto gli abiti al mio posto, mettendomi in situazioni a dir poco disagevoli. Pur essendo abbastanza carina, nessuno dei miei compagni mi degnava di uno sguardo. Ero l’unica della classe ad indossare scarpe da suora e vecchie gonne a pieghe tragicamente fuori moda.

Questo suo forzarmi a mettere abiti di suo gusto ha creato qualche lieve dissapore. Una volta raggiunta la maggiore età, ho quasi ceduto all’incontenibile impulso di dare fuoco ad una tuta da ginnastica marrone che mi donava come una pustola sulla punta del naso. Fino a qui nulla di strano. Il fatto sintomatico è che in quel momento la stava indossando mia madre…

Ho tagliato per la prima volta i capelli dal parrucchiere in occasione della Cresima. Prima me li aveva sempre tagliati lei in casa. Ho sfoggiato per anni frangette “sbarazzine” che accentuavano dolorosamente le mie guance paffute, oppure capelli “alla maschietta” che infondevano nei vicini di casa sacrosanti dubbi circa la mia identità sessuale, o ancora simpatiche treccine e sfiziosi codini fino all’età puberale.

Mia madre mi ha sempre protetta dai laidi risvolti di una sana vita sessuale. Domandarle tramite quale miracolo siamo venute al mondo, io e mia sorella, corrispondeva a chiederle di svelarci il terzo segreto di Fatima. Verso i sei anni mi è capitato fra le mani un libro per bambini che spiegava i misteri della procreazione. Pullulava di sordidi particolari relativi all’impollinazione. Da allora non mangio più il miele…

Questa è stata e sarà sempre la mia mamma imperfetta. Sono sinceramente convinta che in cuor suo pensasse di fare bene il suo mestiere (mela grattugiata a parte…), perché tutti i suoi piccoli errori, se ci sono stati, sono scaturiti dall’immenso amore che nutre per me.

P.S: Quest’ultima frase, naturalmente, è stata aggiunta per evitare che, fra duemila anni, possa decidere con ragione di estromettermi dal testamento…


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commenti

alessio tucciarellia 06/21/2012 02:41

io continuo ad avere un amore incondizionato per mia madre

SnimoR 06/17/2011 22:19

Fantastico!! Geniale!!!! Che ridere!

anonimo 05/27/2011 07:38

L'ho letto circa un anno fa, ma mi fa sempre ridere!!! Un bacione, Giulia

anonimo 05/10/2011 17:57

ciao!parlo della famiglia, se ti va passa da qui per dirmi la tua:
http://lamiadolcebambina.blogspot.com/2011/05/sogno-la-famiglia-numerosa.html
baci,
Fede

Chi Sono

  • : La Staccata
  • La Staccata
  • : Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
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