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7 maggio 2012 1 07 /05 /maggio /2012 15:40

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E’ una classica scena da parco: un gruppetto di ragazzini che si azzuffano dietro a un pallone mentre in un angolo c’è lui, l’escluso, quello che non fa parte della combriccola ma che vorrebbe tanto giocare. Però non glielo consentono. Capita soprattutto se l’escluso ha un paio d’anni in meno della media del branco, ma succede anche se è nato a Febbraio e tutti gli altri a Gennaio. Dello stesso anno, intendo.

I bambini, e come accidenti facciano qualcuno prima o poi dovrà avere la bontà di spiegarmelo, sanno valutare l’età dei colleghi anche soltanto da uno sputo di saliva lanciato con meno energia. Capiscono immediatamente quando uno è anagraficamente più piccolo e di conseguenza non gioca così, tanto per…

L’escluso giorni fa era Superboy. Non mi sono neanche sognata di intervenire, ci mancherebbe altro. Mai  sovvertire le leggi naturali della jungla, soprattutto se rischi di far fare una figura di stracacca a tuo figlio. Con quale faccia potrebbe ripresentarsi in società dopo essersi guadagnato la fama di “quello che si fa difendere dalla mammina”? Ho lasciato correre, anche se la sua espressione sconsolata mi spezzava il cuore. Ha provato più volte ad entrare in gioco, non è affatto uno timido, ma continuavano ad ignorarlo. Eccezion fatta per un particolare: ogni volta che la palla rotolava fuori dal campo, allora gli facevano cenno di andarla a raccattare e lui eseguiva, docile come un agnellino.  

L’ha fatto una volta e ho finto di non vedere. L’ha fatto una seconda volta e lì mi sono alzata in piedi. Ha accennato a farlo una terza volta e allora gli ho gridato di raggiungermi immediatamente.

“Eccomi, ma’. Che succede?”

“Che succede dimmelo tu, tesoro… Mi è sembrato di vedere, correggimi se sbaglio, che vai in giro a raccattare la palla anche se non stai giocando. Mi spieghi perché?”

“Beh…ecco…è che ho chiesto di giocare ma hanno detto di no…”

“E allora per quale cavolo di motivo gli raccatti la palla? Non possono andare a prendersela da soli?”

“Beh… diciamo che così gioco anch’io, in un certo senso, no? Oppure magari se vedono che sono gentile mi fanno giocare...”

“Eh, no, tesoro mio. Non è così che funziona… Primo: se non ti vogliono, non ti meritano. Secondo: se non ti vogliono, fregatene e vai a giocare con qualcun altro, mica hai bisogno di chiedere l’elemosina. Terzo: se non ti vogliono, alzano le regali chiappe e il pallone se lo raccattano da soli. E’ chiaro? ”

“Chiappe”, sì. Ho usato proprio questo termine. Perché sono una splendida educatrice, io. E il discorsetto l’ho sciorinato in modo deciso, senza addolcirlo con un sorriso o un abbraccio. Poi gli ho proposto di andare a prendere un gelato, perché non avevo alcuna voglia che continuasse a “giocare” con quel gruppetto di opportunisti, casomai la mia filippica non avesse ottenuto l’effetto sperato.   

Fra una macchia di cioccolata sulla maglietta e l’altra Superboy mi ha chiesto perché mi fossi tanto arrabbiata con lui.

“Ma come arrabbiata con te? Che dici, Ale ?”

“Sì, mamma, ti sei arrabbiata con me invece che con loro che non mi facevano giocare.”

Vero, verissimo. Me la sono presa con lui, e il perché è semplice: non voglio che commetta lo stesso errore che ho fatto io. Mi sono illusa per lungo tempo di far parte di una squadra, ma la realtà era che ero ferma in panchina ad aspettare. Intanto raccattavo palle, fiduciosa del fatto che stavo giocando sul serio. Ho corso incessantemente, faticosamente e a vanvera per un sacco di mesi. Ho lanciato assist meravigliosi con generosità, poi il merito del goal era sempre di un altro. Ho perso energie, tempo prezioso e anche una piccola porzione della mia dignità.  

“Nessuno, amore mio, può abbassarsi a raccattare palle in giro. Soprattutto non deve farlo se gli viene imposto con arroganza, o con l’inganno. Ma che cosa avrebbero quei ragazzini meglio di te? Come si permettono di trattarti in quel modo, che fra parentesi neanche ti conoscono? Ricordati sempre una cosa: per un allenatore che si diverte a sfruttarti, sappi che ce ne sono almeno dieci disposti a farti giocare sul serio, gente che capisce che sei una persona speciale. Questo vale per me, ma vale soprattutto per te. Ok? Prometti di non dimenticartelo mai? ”   

“Io non capisco, ma’… Quando mai hai giocato a pallone, tu?”

“Non fa nulla se non capisci, tesoro. L’importante è che abbia capito la mamma…”

Gli ho dato un abbraccio, finalmente, sporco di cioccolata e dolcezza. Ci siamo avviati verso casa, con la luce morbida del tramonto alle spalle e in bocca il sapore impagabile della dignità. Il gelataio quel gusto non lo vende, ovviamente, ma l’abbiamo assaporato assieme, io e mio figlio. E’ stata un’esperienza bella, forte e fiera; alla faccia di tutti gli arroganti che infestano il pianeta: le regole del gioco non le stabilite solo voi. Se non vi garba, alzate le chiappe e la palla raccoglietevela da soli, che qui non c'è trippa per gatti.

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commenti

la staccata 05/09/2012 08:47

@dabogirl: e tu fagliela leggere, hai visto mai che smette di raccattar palle?

@Marzia: sono strafelice che questo post ti abbia regalato un po' di conforto. Sì, la cattiveria nei bambini è una realtà davvero complicata da metabolizzare, ed è ancora più difficile insegnare ai
nostri figli come difendersi. Non sono certa che un giorno di questi mio figlio non ripeta l'errore di raccattare palle in giro in cambio di amicizia, però intanto ho provato a spiegargli come
funziona.La vita di un genitore è fatta di sperimentazione,coraggio e tanta pazienza che viene messa a durissima prova quando va a cozzare contro certi muri.
Un abbraccio al tuo piccolo, con tutto il cuore.

Marzia 05/07/2012 21:08

Ora racconto questa storia a mio figlio che sta passando un momentaccio a scuola ed e' sul letto col mal di stomaco per la dose di prese in giro giornaliere. Lui certamente deve imparare a
difendersi e corazzarsi ma di certo tanta cattiveria da bambini di 7-8 anni non me l'aspettavo. Ma e' davvero inevitabile? Un po' di empatia verso il prossimo ai bambini non si può insegnare?
Stasera sono proprio stanca di vederlo cosi'. Grazie per le parole che mi mancavano.

dabogirl 05/07/2012 16:41

ho avuto tanta voglia di mandarla ad una persona che lavora con me. Non so come la prenderebbe, però. Ma secondo me la mettono a far raccattapalle.

Chi Sono

  • : La Staccata
  • La Staccata
  • : Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
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