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9 febbraio 2011 3 09 /02 /febbraio /2011 17:42


cacca bimboSulla brochure patinata del Social Media Week – Il Festival della rete, l’evento era così descritto: “Antropologia dei social media: analisi sulle mamme 2.0 in Italia. Saranno presentati dati relativi all’indagine fatta sui comportamenti delle Mamme 2.0 in Italia. A cura del centro studi di Etnografia Digitale; un pull dei maggiori studiosi mondiali applicati alle trasposizioni delle metodologie di indagine antropologica in ambiente social media”. 

Che le mamme on line fossero diventate oggetto di studio per gli antropologi mi ha incuriosito non poco. A dirla tutta, mi ha fatto sentire un po’ cercopiteco a gola bianca, ma non stiamo a guardare il capello.


L’argomento è sempre stato trattato in modo arbitrario e sconclusionato, ma per questa ricerca hanno scomodato persino Adam Arvidsson (docente di Sociologia della Globalizzazione dei Nuovi Media Università di Milano/Copenhagen Business School ). “Allora magari stavolta mi troverò davanti a qualcosa di diverso!” ho pensato, stipata nell’autobus che mi portava verso il centro storico di Roma, in un accesso di ottimismo che si è spento all’incirca dopo un quarto d’ora di presenza in sala. 

Il pull di capoccioni ha toppato alla grande: abituati ad analizzare minuziosamente tribù primitive e grandi primati, hanno condotto la loro ricerca in modo puramente scientifico e purtroppo approssimativo. La loro (spero involontaria) presunzione è stata quella di basarsi su dati che rappresentano soltanto l’infinitesimale sfaccettatura dell’essere madre.

Il loro errore è paragonabile allo sbarbatello che, per abbreviare i tempi di studio, si serve di un Bignami piuttosto che di un testo di più ampio respiro, esauriente, ricco di informazioni che vanno al di là di una mera elencazione cronologica di avvenimenti. Il loro errore è stato quello di analizzare notizie parziali, non emozioni.

E' come se avessere preso in esame un gruppo di girini presenti in uno specifico stagno, osservando il loro incerto approccio al nuoto, per poi dedurre che anche le rane adulte hanno paura dell'acqua. 


La loro comparazione si è basata su un limitatissimo campione delle conversazioni in rete tratte da un forum. Non ho nulla contro i forum, per carità di Dio, li trovo comunque utili per scambiarsi opinioni ed esperienze, ma non ci rappresentano affatto, soprattutto se uno (e soltanto uno) di questi, dedicato fra parentesi ad uno specifico brand, viene preso come oggetto di studio. E’ uno strumento decisamente valido in alcuni frangenti della nostra vita, ma non è esaustivo di cosa sia, in toto, la nostra vita.

Il linguaggio del forum, proprio perché consiste principalmente in uno scambio di informazioni pratiche, è scevro di tutta la straordinaria capacità narrativa delle madri 2.0 (definizione che mi sta anche cordialmente sulle balle, ma tant’è). 

Questi scienziati hanno tralasciato (per loro stessa ammissione finale) tutto un altro genere di materiale immesso in rete, i nostri pensieri, le nostre emozioni, le paure, le difficoltà, gli stravolgimenti emotivi, la pressante sensazione di essere spesso inadeguate, fuori posto, sempre dilaniate a metà fra il desiderio di continuare ad essere delle persone attive nella società e il feroce bisogno di adeguarsi, nolenti o volenti, allo stereotipo della mamma perfetta, uno spauracchio che accompagna fastidiosamente le donne dalla culla fino alla tomba. 

Si sono limitati a buttarci un’occhiata superficiale dal di fuori, senza grattare via con decisione tutti gli strati superficiali e, soprattutto, senza approfondire la ricerca ascoltando realmente la voce delle mamme.

Il supporto delle mamme doveva essere parte integrante del progetto di studio. Non dovevamo trasformarci in oggetto, ma essere il soggetto della ricerca. Sarebbe stato sufficiente condurre un’indagine e chiedere al maggior numero possibile di mamme, non necessariamente quelle che qualcuno ha definito “top blogger”, come mai avvertono la necessità di raccontarsi in rete.  

La ricerca andava estesa anche ai siti dedicati al pianeta mamma dove vengono proposti degli argomenti di discussione assolutamente estranei al concetto “I pannolini X trattengono l’incontenibile, quelli Y fanno cagare”. Certo, un pannolino che fa cagare è un gran bel paradosso, quindi è giustissimo divulgare certe informazioni. A questo pensano i forum.

La fase del “Sarà meglio questo prodotto oppure quest'altro?” è umana e sacrosanta in una mamma, ma è piuttosto fugace. Non è la mamma. La mamma è impastata di ben altre problematiche, e chi gestisce un blog, o un sito specializzato, le sviscera senza risparmiarsi  critiche, creando flames interminabili, ma guadagnandosi nella maggior parte dei casi il supporto delle altre mamme. Non di tutte, ovviamente, ma non è questo il punto.

Una blogger cerca e regala condivisione, non è a caccia dell’approvazione delle masse. Almeno per quanto mi riguarda, lancia argomenti di discussione e a volte messaggi positivi. Un esempio? Quando racconto delle estreme difficoltà che ho vissuto in passato con Superboy e che si sono risolte non grazie all’aiuto di magici consigli, ma con un lavoro paziente e sistematico di crescita comune e, soprattutto, con una maturazione graduale di mio figlio, io lancio un messaggio importante: non sentirti inadeguata, non sentirti sbagliata, non avvelenarti perché i sistemi di Tata Lucia con tuo figlio non funzionano.

La “colpa”, se proprio di colpa vogliamo parlare, non è tua. Tuo figlio non è evidentemente disposto a recepire certi messaggi, ma prima o poi lo farà. Attendere è difficile, lo so, ma sappi intanto che non esistono mamme sbagliate, né tantomeno figli sbagliati. Esistono dinamiche, tempistiche e situazioni, non sistemi infallibili né regole che devono per forza funzionare entro un termine X. Quello che funziona con il figlio di un altro, non funziona con il tuo. Punto. Aspetta, e le cose pian piano si aggiusteranno.

Quando ti trovi in una situazione complicata e fra i commenti il messaggio più comune è : “Coraggio, è dura, lo so. Capita anche a me...” quelle risposte possono realmente regalarti una nuova spinta ad andare avanti senza troppe pippe mentali, senza troppi se e troppi ma. Non costituiscono una chiave magica di risoluzione dei problemi, ma supportano non poco.

La funzione sociale del blog è quella di offrire uno strumento importantissimo di aiuto e di confronto reale, autentico, vissuto. Quando una madre apre uno spaccato della sua vita crea empatia, condivisione, rende decisamente più agevole il mestiere delle principianti.

Una madre veterana, quando confessa che avere a che fare con un bambino è quanto di più simile a un giro sulle montagne russe (splendido, spaventoso, divertente), quando racconta che fare la mamma  è un’ altalena di emozioni contrastanti, quando ti dice che convive spesso con il dubbio che le sue decisioni non siano mai le migliori, potrebbe sembrare, sotto certi aspetti, inquietante. Invece è sorprendentemente rassicurante per un'altra madre sapere che non è la sola a vivere certe situazioni. La fa sentire meno aliena, più umana, in poche parole: più vera.

I blog che preferisco sono quelli che eleggono l’ironia come splendida arma di autodifesa personale, magari intervallando post scherzosi ad attimi di riflessione  che creano  profonda empatia. E, permettetemi di essere polemica, far sorridere, commuovere o comunque riflettere un'altra mamma è un qualcosa di ben diverso dal consigliarle la marca migliore di paracapezzoli.

Perciò, a mio modesto parere, andavano analizzati i meccanismi che portano una donna a raccontarsi sul web, le conseguenti reazioni a determinati post, i commenti a specifiche tematiche, il linguaggio adottato nelle risposte.

Invece il risultato della ricerca, in estrema sintesi, è risultato il seguente:

The dark side di una mamma è costituito dalle emorroidi e il dolore causati dall’episotomia (l'incapacità di adattamento alla maternità, il senso di colpa e i problemi legati al rientro al lavoro; cosucce come il mobbing oppure l’essere sbattuta a fare le fotocopie dopo aver diretto brillantemente per anni il settore fusioni/acquisizioni di un’importante multinazionale sono di scarso interesse antropologico e sociale).

Il marito è un nemico quindi il recente atteggiamento delle mamme di coinvolgere attivamente il loro compagno in un nuovo concetto di genitorialità, in un progetto di vita che ci costruisce in tre, mai in due, e la risposta sempre più collaborativa dei papà, vanno serenamente a prendersela in quel posto. 

I motivi principe di conversazioni fra mamme sono: la cacca, i pannolini, i paracapezzoli e cosa infilare in valigia quando si va a partorire (e ci credo, se analizzi i dati di un forum dedicato a certi argomenti cosa ti aspetti? Che si parli della scissione dell’atomo?) Esauriti questi argomenti, allora le mamme parlano anche della maternità. Quell' "anche", ve lo assicuro, mi fa fatto venir voglia di lanciare contro il relatore un oggetto, uno qualsiasi, fosse stato anche soltanto un paracapezzoli.

La perplessità di uno dei capoccioni nel leggere che una blogger definisce il figlio “nano” e il marito “il socio” (ma sì! Diamo l’estrema unzione all’ironia. Una prece. Amen). Le mamme degne di questo nome, si sa, devono chiamare i loro figli “trottolino amoroso dudù dadadà” e non “tappi” – “sorci”- “porpette”- “abusivi”-“superbaby”, pena la cancellazione immediata dall’ AIMA (Albo Internazionale Mamme Amorevoli) .

Le mamme sono una tribù (Alè! Adesso non ci limitiamo più a sparare baggianate del tipo “I bambini sono tutti uguali, bisogna avere pazienza, si sa!” Adesso uniformiamo delle persone sotto un’etichetta comune soltanto perché hanno il vezzo di partorire).

Le mamme sono consumate dall’ansia perché il piccino fa troppa pupù  Verissimo, per carità. Una caratteristica abbastanza comune nelle madri è essere un soggetto ansiogeno, ma non ci suicidiamo in massa se non azzecchiamo la marca di pannolino superassorbente al primo colpo o se il piccolo produce cacche mostruose. C’è stata una generalizzazione tragicomica di cosa causi ansia nella mamma “tipo”.

L'universalizzazione è un ottimo strumento comico, così come l’iperbole. La frase : “Nel cervello degli uomini albergano al massimo due neuroni: uno legge la Gazzetta dello Sport, l’altro lo ascolta, rapito. Ovviamente perché non sa leggere “ è più divertente di: “Alcuni uomini, ma non tutti per carità, amano molto leggere la Gazzetta dello Sport”. Ma io non sono un’ analista del comportamento umano. Io sono una scrittrice umoristica, quindi per me è normale partorire certe corbellerie.

Descrivere minuziosamente le vicende di Carlotta, prolifera defecatrice che arriva a lordarsi fino alla nuca e di sua madre, sciagurata donna che non riesce a contenere il generoso contributo dei suoi intestini, invece, è una macchietta che francamente non mi sarei mai aspettata da un team di scienziati.

Quando le mamme in sala, blogger e non, hanno fatto notare l’incompletezza della ricerca, ci è stato risposto che il meeting non era una ricerca, ma un articolo. Ne hanno presentato solo un pezzettino (cit.testuale) di Alex Giordano - docente di Brand Reputation Management & Societing presso la facoltà di Economia dell’Università di Urbino “Carlo Bo”.

Un pezzettino? E perché mai, di grazia?

Hanno accantonato l’idea di analizzare la produzione delle cosiddette “top blogger” (non ricordo francamente chi ha fatto questa affermazione, ma è stato detto). Come mai? Temevate forse di diffondere un’idea di mamma pensante troppo intelligente per gli standard di un antropologo avezzo allo studio di tribù primitive e grandi primati?

Preciso per dovere di cronaca che l’incontro non ha suscitato perplessità soltanto nelle mamme,  ma anche negli uomini presenti in sala. Un imprenditore ha raccontato di aver eliminato da tempo i forum come mezzo di analisi del brand, affidandosi ad altri strumenti di conversazione. Un pediatra ha fatto notare che un meeting dedicato alle mamme avrebbe meritato la presenza di più quote rosa: su cinque relatori, soltanto uno era una donna.

Concludo regalandovi un illuminante scambio di battute fra me e Chiara Cecilia Santamaria, che non ha certamente bisogno di presentazioni. La conoscete tutti come Wonder Land di Ma che davvero?

Era seduta davanti a me. A un certo punto le ho sussurrato: “Wo’, ma io e te che scriviamo a fare?” Lei ha replicato, caustica come soltanto noi romani sappiamo essere, un calzante: "Infatti, Luà. 'na vita sprecata, la nostra!!!"

Stanno circolando diversi articoli su questo incontro di ieri, ve ne cito soltanto un paio fra i più significativi. 


Questo è il contributo di Wonder Land, inviata per Vanity Fair.it

E questo  è quello di Flavia Rubino di Vere mamme. 


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commenti

anonimo 02/13/2011 17:02

@Luana grazie ancora di aver commentato sul mio blog, come promesso eccomi qui!
Essendo stato presente all'incontro mi sono davvero goduto il tuo post... Avevi ragione: hai eccome il dono dell'ironia! :)
A parte gli scherzi, ho potuto leggere qui sopra i commenti di molte mamme e anche di un papà (Federico) che mi hanno fatto tornare il mente il famoso detto "bene o male purchè se ne parli".
Seppure questa ricerca non sia stata condotta e presentata nel modo migliore ha avuto il merito di scatenare un dibattito che è uscito dai forum e dai blog come il tuo dove quotidianamente si parla di questi argomenti.
Personalmente posso dirti che ho conosciuto meglio un mondo che, lavorando nel marketing,  fino ad oggi anch'io come i relatori conoscevo solo "sulla carta". Un bel mondo davvero, fatto di persone che scambiano le proprie esperienze e emozioni per contribuire a migliorare reciprocamente le proprie vite.
Complimenti davvero! :)
Ciao, Stefano @ Pubblico Delirio.it

anonimo 02/11/2011 20:10

Ci mancava proprio una ricerca così!
p.s. ho le lacrime dal ridere (per non piangere)

anonimo 02/11/2011 16:14

Ti adoro =)
Mai lette cosi tante cose che condivido in pieno.

Rossana

anonimo 02/11/2011 10:12

Le etichette servono. Sono indispensabili e va da sé che una certa appossimazione c'è per definizione. E se questi hanno avuto il bisogno (o hanno pensato di sfruttare la situazione per sponsorizzare qualcosa), lasciateli fare.

Mi fa piacere che protestiate per questa analisi che vi/ci è stata apiccicata addosso, ma mi fa piacere solo per il fatto che così si può iniziare a fare un po' di spartiacque tra chi è rimasto indietro e chi ha iniziato già a guardarsi intorno e a muoversi per un rapporto tra uomini e donne migliore. E' initule che vi incazziate, state perdendo solo tempo.

...eeeh Monica, me l'immagino cosa è uscito fuori su quanto riguarda gli uomini, ma non lo voglio sentire lo stesso :-)

Siamo donne, siamo uomini, siamo genitori, siamo consumatori. Penso che si potrà riuscire ad organizzarci insieme onestamente.
Questi "ricercatori" non sono stati onesti, ma con se stessi prima di tutto. Il loro lavoro è stata solo una conseguenza.

www.paternitaoggi.it (Federico)

anonimo 02/11/2011 10:08

Le etichette servono. Sono indispensabili e va da sé che una certa appossimazione c'è per definizione. E se questi hanno avuto il bisogno (o hanno pensato di sfruttare la situazione per sponsorizzare qualcosa), lasciateli fare.

Mi fa piacere che protestiate per questa analisi che vi/ci è stata apiccicata addosso, ma mi fa piacere solo per il fatto che così si può iniziare a fare un po' di spartiacque tra chi è rimasto indietro e chi ha iniziato già a guardarsi intorno e a muoversi per un rapporto tra uomini e donne migliore. E' initule che vi incazziate, state perdendo solo tempo.

...eeeh Monica, me l'immagino cosa è uscito fuori su quanto riguarda gli uomini, ma non lo voglio sentire lo stesso :-)

Siamo donne, siamo uomini, siamo genitori, siamo consumatori. Penso che si potrà riuscire ad organizzarci insieme onestamente.
Questi "ricercatori" non sono stati onesti, ma con se stessi prima di tutto. Il loro lavoro è stata solo una conseguenza.

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  • : La Staccata
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  • : Luana Troncanetti, scrittrice per caso, schiava devota dell'ironia, grafomane incallita e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ho vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica e sono ancora qui a disegnare cerchietti in un angolo e a chiedermi: "Ma che s'erano pippati quelli della giuria?"
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